La penna di Kore’eda Hirokazu ha da sempre scavato in profondità nella natura umana, portando alla luce angoli d’innocenza e emozioni celate.
Nel 2026, anno che lo vedrà protagonista con due nuovi film, BiM Distribuzione offre un viaggio alle origini della sua arte, portando per la prima volta nei cinema italiani quattro opere inedite con la rassegna Riflessi dell’invisibile: i primi capolavori di Kore’eda Hirokazu.
Raccogliendo l’eredità di Yasujirō Ozu e Mikio Naruse, la poetica di Kore’eda si distingue per un’introspezione sensibile e delicata, incentrata sulle relazioni familiari, l’infanzia, l’alienazione, la memoria, la perdita, l’abbandono e le possibilità di rinascita. Attraverso sceneggiature solide e uno sguardo intimista, che affonda le sue radici nell’esperienza documentaristica del regista, i suoi film invitano a riflettere sulla straordinarietà del quotidiano, bilanciando con grande misura analisi sociale e complessità esistenziale.
Proprio in queste settimane, la sua prossima opera, Sheep in the box, è in concorso alla 79ª edizione del Festival di Cannes e sarà distribuita nei prossimi mesi da Lucky Red e BiM. In questo film di fantascienza, i legami familiari vengono esplorati attraverso la storia di una coppia che decide di adottare un figlio-robot a lungo desiderato.
In autunno è inoltre attesa l’eventuale première — forse alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografia di Venezia? — dell’adattamento del celebre manga e corto d’animazione Look Back, un toccante racconto sull’amicizia e sulle solitudini adolescenziali.
Con due nuovi film di Kore’eda all’orizzonte, possiamo per il momento andare in sala a riscoprire le radici poetiche di una delle voci più importanti e singolari del cinema giapponese contemporaneo.
MABOROSI (1995)
dal 14 maggio
Sin dal suo esordio, Kore’eda Hirokazu dimostra una straordinaria capacità di affrontare con tatto temi complessi quali la solitudine e i tabù sociali, scandendo ritmi lenti e contemplativi.
Tratto dell’omonimo romanzo breve di Teru Miyamoto, il film racconta il difficile confronto della giovane Yumiko con la perdita prematura del marito Ikuo, la cui morte, ambiguamente sospesa fra suicidio e incidente, continua a tormentarne malinconicamente l’equilibrio interiore. Rimasta vedova e madre sola, la donna accetta un matrimonio combinato con un altro vedovo, anch’egli genitore single, nel tentativo di restituire alla propria vita una parvenza di normalità. Tuttavia, sarà solo tornando nei luoghi della sua infanzia e lasciandosi trasportare dai ricordi e dalla sua storia familiare che Yumiko riuscirà lentamente a trovare una risposta al proprio dolore, colmando il vuoto che la opprime.
Con le sue atmosfere rarefatte, le immagini poetiche e i silenzi carichi di tensione, Maborosi si aggiudicò il premio Osella d’oro per la fotografia al Festival di Venezia del 1995, portando immediatamente Kore’eda sotto i riflettori del cinema d’autore.
NOBODY KNOWS (2004)
25/26/27 maggio
In uno dei suoi drammi più toccanti, Kore’eda porta sullo schermo temi come l’isolamento sociale, la precarietà economica e la forza d’animo attraverso gli occhi di quattro bambini abbandonati dalla madre tra le mura di uno sporco e ristretto appartamento.
Ispirato a un fatto di cronaca che scosse il Giappone negli anni Ottanta, Nobody Knows narra i sei mesi durante i quali i fratelli sono costretti a prendersi cura l’uno dell’altro, preoccupandosi del cibo e delle bollette di acqua ed elettricità non pagate, situazione che li costringe ogni giorno a riempire dei secchi alla fontana del giardinetto. Senza poter frequentare la scuola né stringere amicizie, devono nascondere la propria esistenza al padrone di casa e all’intero vicinato, nel timore di essere separati o di mettere la madre nei guai. Pur senza cogliere la gravità della loro condizione, di fronte alle necessità e all’abbandono, i piccoli imparano a crescere troppo in fretta.
La regia rimane discreta, offrendo uno scorcio autentico sul comportamento dei bambini quando nessuno li osserva, e riuscendo a catturare momenti intimi e ordinari come fossero spontanei. La naturalezza della performance di Yūya Yagira, nei panni del fratello maggiore, maturato precocemente e abituato a soffocare le proprie emozioni, rese l’allora dodicenne il più giovane attore della storia ad aggiudicarsi il premio per la miglior interpretazione al Festival di Cannes nel 2004, dove il film riscosse un grande successo.
Nelle mani di Kore’eda, questa tragedia non scivola mai nel melodramma o nella facile sentimentalità, ma rivela piuttosto un microcosmo profondamente umano, in cui empatia e fragili speranze riescono a rischiarare anche i momenti più bui.
STILL WALKING (2008)
15/16/17 giugno
L’opera più personale e introspettiva di Kore’eda, scritta in seguito alla morte della madre, mette in scena ricordi e dettagli familiari, viaggiando nelle relazioni umane con una schiettezza rara.
Still Walking costruisce il proprio racconto minimalista nell’arco di una singola giornata, durante la quale una famiglia si riunisce nella casa dei genitori per commemorare la tragica morte del primogenito, annegato quindici anni prima mentre salvava un ragazzino. La convivenza forzata sotto lo stesso tetto innesca una serie di tensioni inesplose, disagi interiori, affetti silenti e atteggiamenti contrastanti, che si manifestano però senza urla né clamori. Ogni parola, ogni gesto e ogni non detto assume un peso, facendo ribollire lentamente risentimenti ed emozioni.
Eppure, l’atmosfera conserva una sorprendente leggerezza, e ogni aspetto del film, dalle ambientazioni al calmo ritmo, concorre a creare un’alchimia di paziente malinconia: la casa ampia e accogliente, i pasti condivisi, le lente passeggiate sotto la luce filtrata dagli alberi, la visita al cimitero.
La scelta di mantenere la camera quasi statica accentua la sensazione di stasi in cui si trovano i personaggi: i rapporti familiari non possono cambiare e, di conseguenza, anche i loro pensieri rimangono inespressi, insieme ai loro rancori e alle ostilità repressi.
La grazia incantevole di questo shōshimin-eiga risiede proprio nel mettere a nudo le imperfezioni e le fragilità del calore familiare, offrendo una rappresentazione autentica in cui tutti possiamo riconoscerci. Un pugno allo stomaco che colpisce con delicatezza, mantenendo sempre un tono sereno carico di velati sentimenti.
WONDERFUL LIFE (1998)
29-30 giugno e 1 luglio
Il primo esperimento surreale e puramente esistenzialista di Kore’eda Hirokazu, è una delicata meditazione sulla memoria e sull’essenza stessa della vita.
Wonderful Life (anche noto come After Life) è interamente ambientato in un edificio scolastico che funge da limbo ultraterreno, dove alcune guide spirituali, in vesti da semplici funzionari, assistono le anime nella difficile scelta del loro ricordo più bello. Questo singolo, prezioso momento di felicità verrà poi ricreato su un finto set cinematografico e sarà l’unico bagaglio che potranno portare con sé nell’oltretomba.
Mentre alcuni defunti affrontano la decisione con serenità, altri si smarriscono invece nell’angoscia e nel dubbio. Nel frattempo, il personale dell’aldilà si riunisce per discutere i casi più complessi, interrogandosi sul motivo per cui certe persone sembrino incapaci di recuperare un ricordo veramente gioioso.
Questa semplice premessa ad alto concetto poggia le basi su un’estetica documentaristica. Privo di musica e costruito con inquadrature semplici, il film è caratterizzato da interviste frontali ai defunti, in cui vengono mescolati organicamente monologhi scritti da Kore’eda, improvvisazioni degli attori e vere testimonianze di persone che condividono le proprie esperienze guardando direttamente in camera. Intrecciando realtà e finzione con un approccio meta-cinematografico, il regista dà vita a una fiaba dolceamara che invita gli spettatori a interrogarsi sulla propria esistenza.
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