Scritto da

Demetra Birtone

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Ci si può accontentare di sognare? I personaggi di Francesco Sossai lo fanno continuamente. Poi qualcuno chiude un libro, qualcun altro morde davvero quel dito. E tutto diventa reale, alla fine.

Francesco Sossai nasce a Feltre nel 1989. Viene ammesso al corso di regia della DFFB Deutsche Film-und Fernsehakademie di Berlino; il suo esordio nel mondo del cinema, Altri cannibali (2021), è il suo lungometraggio di diploma. Fino al 2024 gira alcuni cortometraggi, tra cui Il compleanno di Enrico (2023), presentato alla Quinzaine des Cinéastes del 76esimo Festival di Cannes. Oggi, Le città di Pianura (2025), la sua opera seconda, è vincitore di otto statuette ai David di Donatello — tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior sceneggiatura originale.

Sossai è un regista onesto, capace di emozionare con piccoli gesti e parole giuste.
Mostra sempre una grande capacità nell’uso della macchina da presa, senza mai esibire inquadrature appariscenti o storie incredibili: il suo sguardo è sincero, preciso — e questo lo rende il regista che, con il suo secondo film, ha ricevuto sedici candidature ai David di Donatello 2026, concorrendo con il grande premio Oscar Paolo Sorrentino.

Lo sguardo di Sossai è così sincero perché inizia sempre da qualcosa che lo riguarda in prima persona: non nelle vicende che racconta o che finisce per mostrare, ma per l’emozione iniziale che sta alla base della narrazione stessa.
«Non divido la mia vita dai miei film. La vita mi porta a fare esperienze che poi finiscono dentro le storie», ha dichiarato il regista in una recente intervista per BadTaste.

Ed è così che il vero protagonista dei suoi film è un luogo: la provincia, casa sua.
Quella quotidianità della vita di paese che, quando ci si è immersi, è noiosa e monotona. Ma basta fare un passo indietro e osservare davvero quelle facce rugose, apatiche, che racchiudono la vita lenta, dei suoi abitanti; i maglioni di lana pesanti e senza forma; il silenzio. Solo allora diventa chiaro quanto siano proprio quei volti a nascondere le storie che raramente vengono raccontate — e che proprio per questo finiscono per non essere viste.
Sembra tutto rinchiuso in quei piccoli confini: la bellezza diventa un sogno, la città un desiderio. Ma è proprio in quelle strade vuote di paese che si nasconde l’onestà che rende quel luogo “casa”. Per Sossai la provincia non è solo un ambiente, ma è il posto dove si insinuano i sogni — piccoli, fragili — destinati a restare tali.

«Tu ti accontenti di sognarle le cose» dice Ivan (Diego Pagotto) a Fausto (Walter Giroldini) nel finale di Altri cannibali. Ed è questa battuta a racchiudere tutto senso della sua prima opera.
Il film racconta di due uomini con desideri diversi, ma in qualche modo complementari. L’autore crea ambiguità con eleganza, senza mai dire esplicitamente la causa del loro incontro, lasciando — per tutta la prima parte del film — che i dubbi e le domande fioriscano nella mente dello spettatore. Anche quando la dinamica diventa chiara, sceglie di non rivelare esplicitamente quel motivo.
Usando inquadrature precise e fisse, il regista decide di utilizzare il bianco e nero per non spettacolarizzare la violenza, adottando un approccio osservativo — come nella scena della macellazione del maiale, che vediamo nel dettaglio — e analizzando il processo insieme ai due protagonisti. Il sangue diventata un liquido nero e, per quanto il processo sia disturbante, riusciamo a studiarne i movimenti.
Così Fausto e Ivan rimandano il momento decisivo, illudendosi di avvicinarsi sempre di più a quel macabro sogno, senza mai arrivarci nella realtà.

Sossai inizia fin da subito a raccontarci che spesso ci si sente appagati anche solo sognando: è un’illusione, molto gratificante.
Dentro a questo sguardo prendono forma tutti i suoi personaggi, uomini che restano sospesi tra ciò che immaginano e ciò che riescono a fare.
È nel rapporto con gli altri che qualcosa si incrina: incontri, persone che diventano amici, che li costringono a misurarsi con ciò che sono davvero, al di fuori delle loro fantasie. Solo da quel momento un passo diventa qualcosa di concreto, anche se lento e piccolo. Anche se è solo il primo.

E questo è ciò che accade anche in Le città di pianura.
Giulio (Filippo Scotti) è uno studente universitario: si impegna nello studio al punto da non riuscire a organizzare neanche un appuntamento romantico con una sua compagna di corso. Desidera, più di ogni altra cosa, andare alla Tomba di Brion: l’ha sempre studiata, ne legge nei libri, la trova nelle indicazioni stradali, ma non non ha il coraggio di entrarci.
Giulio, durante la festa di laurea della sua compagna, vuole tornare a casa — il giorno dopo ha lezione — ma viene convinto da due uomini ubriachi a seguire il gruppo. Si ritrova così in mezzo a un road movie divertente e alcolico, che lo costringe a smettere di leggere e guardarsi intorno. Solo quando, grazie ai suoi nuovi amici Doriano (Pierpaolo Capovilla) e Carlobianchi (Sergio Romano) si lascia andare, decide finalmente di andare a vedere il complesso funebre.

«Me la immaginavo diversa» dice Giulio.
«Come diversa?» chiede Carlobianchi.
«L’avevo sempre vista rappresentata in pianta, quindi, ora che vedo lo spazio, i volumi, il paesaggio… Non so come dire, è molto più bella nella realtà».

Giulio comprende che guardare e ascoltare lo fanno sentire davvero vivo, più dei sogni stessi che alimentano la motivazione dei suoi obiettivi. Fausto — in Altri Cannibali — morde quel dito, sente le ossa sotto ai denti e il sangue sulla lingua: solo provando, puoi capire il sapore dei tuoi sogni.
Il cinema di Sossai ci ricorda che non è sufficiente sognare, ma che il sogno è comunque necessario per cercare l’altrove, anche se si è bloccati in una città di pianura. Non basta sognare, ma è da lì che tutto comincia; e questo è solo l’inizio del suo cinema.

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Pubblicato il:

7 Maggio 2026

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