Il Diavolo Veste Prada 2 di David Frankel

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A vent’anni di distanza dai fatti narrati nel suo primo e iconico film, David Frankel torna in sala con in Il Diavolo Veste Prada 2; ritroviamo così i quattro storici protagonisti — e qualche vecchio e gradito ritorno — in una New York contemporanea, inevitabilmente mutata ma sempre dinamica e scintillante.
Andy (Anne Hathaway) è ormai una giornalista affermata, la cui carriera subisce un’improvviso crollo a causa di un inaspettato licenziamento che coinvolge anche la sua équipe; perciò si ritrova a vagare senza meta, frustrata dai continui tagli sul personale del settore dell’editoria. In questa difficile situazione viene riassunta da Runway per attenuare la bufera mediatica abbattutasi sulla temibile — e politically incorrect — Miranda Priestly (Meryl Streep). Sfidando il tempo e gli attriti, infatti, Miranda e Nigel (Stanley Tucci) sono rimasti fianco a fianco a dirigere la rivista, trovandosi ora a collaborare con Dior, la cui nuova dirigente non è altro che l’ex assistente Emily (Emily Blunt). La reunion del quartetto originale, dal forte sapore nostalgico, fa da motore all’azione, con i protagonisti che cercano il modo per stare al passo con i continui cambiamenti del fashion system, travolto dell’avvento del virtuale e dell’IA.
Il Diavolo Veste Prada 2 ricalca e omaggia con intelligenza il film originale, una scelta stilistica voluta ed evidente, da non confondersi con la mancanza di idee. L’operazione si svolge sia a livello strutturale — riproponendo la scena del guardaroba di Runway tra Nigel e Andy, il rito delle sfilate e la sequenza dei cambi d’abito di Andy — sia sul piano musicale, con la suite originale e l’intramontabile Vogue di Madonna, questa volta sottofondo alle sfilate milanesi. Difatti, per far fronte ad alcuni imprevisti e ingraziarsi la collaborazione di Runway Italia, il gruppo si dirige a Milano in occasione della Fashion Week. Qui l’opera si impreziosisce di apparizioni stellari calate perfettamente nel mondo della moda: dai cammei di Donatella Versace a Dolce&Gabbana (rigorosamente con due B), fino a Lady Gaga, che contribuisce in modo organico alla colonna sonora.
Tuttavia il film è molto più di un revival. Oltre a mostrare allo spettatore che il passare degli anni e il futuro non sono solo preoccupazioni di noi comuni mortali, la sceneggiatura arricchisce i personaggi di sfaccettature inedite, demitizzandoli e facendoli apparire più terreni e vulnerabili. In particolar modo, il processo di normalizzazione colpisce Miranda: “la regina delle nevi”, infatti, pur continuando a lanciare sguardi glaciali e stoccate velenose, ammette che «siamo umani, nessuno è perfetto». Emerge così anche un suo lato celato, più “dolce” e riconoscente, soprattutto verso Nigel, collaboratore di lunga data, e verso la stessa Andy, con la quale instaura una fruttuosa sinergia, sia umana che lavorativa.
Ma non c’è tempo per troppi sentimentalismi, perché nulla è come sembra nel cinico universo della moda. Il destino di Runway è incerto e i tradimenti sono dietro l’angolo: le dinamiche relazionali tra i protagonisti mutano durante tutto l’arco narrativo, a riprova del fatto che per lavorare in questo settore bisogna «compiere scelte necessarie». L’opera scava a fondo nel prezzo dell’ambizione, sottolineando la dedizione e le scelte che hanno portato Miranda ad anteporre la rivista e il successo alla sua vita privata, in un gioco di specchi che rimanda alle slealtà fatte vent’anni prima a danno di Nigel ed Emily.
In conclusione, Il Diavolo Veste Prada 2 è un sequel ben congegnato e necessario, specialmente in un’epoca contemporanea dominata dal digitale e dall’arrivismo. L’opera intende mostrare la moda come forma d’arte complessa e inno alla bellezza, lanciando al contempo un’esortazione a ritrovare l’eleganza nella semplicità. Il maglioncino ceruleo, orgogliosamente indossato da Andy nel finale, chiude il cerchio: la prova tangibile di un invito a privilegiare il valore autentico delle persone in un mondo spersonalizzato e fatto di apparenze.
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