Scritto da

Strade perdute

Condividi su:

Quant’era bello, da bambini, travestirsi per andare a fare “dolcetto o scherzetto”, o per partecipare a qualche mostruosa festa di Halloween. In quelle occasioni, ogni costume aveva una sola prerogativa: fare paura. C’era chi si presentava con un cappello a punta e una vecchia scopa; chi indossava vestiti lacerati e camminava a rallentatore; chi sfoggiava un completo arancione e si pitturava un malizioso sorriso a zig zag. Infine, c’era chi si aggiungeva all’ultimo minuto, gesto che non lo escludeva dal doversi procurare un costume. Così, si chiedeva a mamma un vecchio lenzuolo e l’unica premura era ritagliare due buchi per gli occhi. Tra gli spaventosi esseri della notte c’era quindi, sempre, almeno un piccolo fantasma. C’era sempre perché – oltre a costituire una soluzione facile e veloce per i più disorganizzati – i fantasmi fanno paura. Almeno, questo è ciò che ci hanno insegnato fin da bambini. Facciamo un prova: stai giocando a QuickDraw e hai dieci secondi per disegnare un fantasma (lo scopo del gioco è che qualcuno indovini che cosa hai disegnato entro il tempo limite). La maggior parte di noi abbozzerebbe uno sguardo minaccioso, un lenzuolo e magari due mani a intravedersi sotto di questo. Nell’immaginario comune, infatti, il fantasma è un essere malefico spesso associato al colore bianco. E il cinema ha contribuito a fissare quest’immagine: da Kayako Saeki a Mama, da Samara Morgan alle apparizioni in Insidious, figure accomunate da un candore innaturale e un’aura minacciosa e inquietante. Certo, esistono anche presenze romantiche come Sam Wheat, personaggi grotteschi come Marshmallow Man e fantasmi buoni come il piccolo Casper, ma non sono loro a dominare il nostro immaginario collettivo. Strade Perdute si permette di dissentire. Per noi, fantasma assume forme molteplici, anche molto lontane tra loro.

Fantasma come presenza incorporea in un cinema viscerale e terrificante. Fantasma come condizione ontologica di un artista sospeso tra visibile e invisibile, tra carne e immagine, tra tempo storico e durata mitica. Fantasma come personaggio filmico che diventa persona reale, tanto da chiedersi, ogni tanto, come sta, che starà facendo. Fantasma come materia senza corpo in un nuovo regime di immagini. Fantasma come dimensione perduta, come declino di un concetto. Fantasma come pubblico in un paese in cui sembra mancare un pezzo di cultura. Fantasma di un architetto invisibile, di un grande stratega che agisce nell’ombra, un burattinaio capace di manipolare le masse. Infine, i fantasmi di un’Italia velata mostrati attraverso un itinerario spirituale nello scheletro di un paese segretamente sorretto da un’infinità di corpi, sussurri e volti.

Per noi, fantasma è tutto questo. Per noi, fantasma è un pubblico, una condizione, una presenza, ma soprattutto una moltitudine.

Editoriale di Vittoria Bracco

Condividi su:

Pubblicato il:

30 Marzo 2026

Tag:

Consigliati per te