Un poeta di Simón Mesa Soto

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Se il drammaturgo Oscar Wilde scriveva «Dov’è il dolore, là è la tua terra santa», il frustrato poeta Oscar Restrepo, protagonista dell’ultimo film del regista colombiano Simón Mesa Soto, sembra incarnarne il significato nei sui fallimenti quotidiani.

L’amara commedia Un poeta, Premio della giuria allo scorso Festival di Cannes, narra infatti di uno scrittore che vive di rabbia e rimpianti. Oscar (Ubeimar Rios) è l’archetipo dell’artista sconfitto che ancora parla di sé con tono autocelebrativo; un uomo che, dopo alcuni successi giovanili, ha trascorso gran parte della sua vita nell’ombra, attorniato da una famiglia che non ha alcun motivo per credere nelle sue potenzialità. Tuttora si rifiuta di lasciare che la dura realtà comprometta i suoi ideali poetici e, per questo, ha tentato per anni di sottrarsi a un possibile impiego da insegnante, che ai suoi occhi significherebbe una definitiva rinuncia ai propri valori filosofici.

Tuttavia, sarà proprio l’incontro con Yurlady (Rebeca Andrade), una giovane studentessa cresciuta in una numerosa famiglia nei quartieri poveri di Medellín, a indirizzarlo verso un cambiamento essenziale, trasformandolo in mentore. Dopo anni di demoralizzazione, passati a vedere la propria arte svilita da un dilagante anti-intellettualismo, Oscar si riscopre inaspettatamente ottimista, pronto a riversare le proprie ambizioni verso una promettente poetessa con un futuro ancora tutto da scrivere.

Eppure, per una giovane che fatica a considerare la poesia una carriera concreta e redditizia, essere trascinata nei circoli letterari — dove viene subito trattata come oggetto voyeuristico e mascotte di turno, una povera ragazza nera sponsorizzata da generosi mecenati in cerca di donazioni e notorietà — non rappresenta certo una prospettiva allettante. I due esteti si riscoprono così circondati da opportunisti senz’anima, mentre, con crescente sgomento di Oscar, Yurlady viene strumentalizzata da letterati parassitari più interessati a come meglio presentare e vendere l’artista che alla sua stessa arte.

Un poeta si presenta come una riflessione del regista stesso sulle proprie ambizioni e sul senso dell’arte. Simón Mesa Soto si interroga inoltre sul rapporto tra il talento e il riconoscimento, tra autenticità e aspirazione a far conoscere la propria voce al più ampio pubblico, servendoci una satira dei prestigiosi ed esclusivi circoli e scuole d’arte.

Girato su una “sporcata” e graffiata pellicola 16 mm, il film adotta uno stile visivo essenziale, quasi improvvisato, caratterizzato tuttavia da un montaggio sorprendentemente compatto. Con un cast di attori non professionisti, tutti alla loro prima esperienza, Un poeta sembra richiamare la semplicità e l’autenticità mumblecore dei primi anni Duemila, esasperandone però le venature da commedia “cringe”.

Mesa Soto adotta un approccio distaccato, mantenendo la camera a mano spesso lontana dai personaggi. In questo modo, il film stesso diviene un osservatore intento a spiare i dialoghi e decifrare l’interiorità dei protagonisti, proprio come un poeta che tenta di carpire ciò che gli resta distante per trasformarlo in qualcosa di personale ed estrarne un significato più profondo.

Sotto le spoglie di commedia pessimista, Un poeta è il ritratto umano di un perdente trasandato dalla postura affranta e piegata dalle delusioni, le cui sincere buone intenzioni finiscono per incurvarlo ancora di più verso la desolazione.

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Pubblicato il:

27 Marzo 2026

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