L’ultima missione: Project Hail Mary di Phil Lord e Christopher Miller

Diretto da
Starring
Con l’intensificarsi dell’esplorazione spaziale, anche il cinema degli ultimi anni è tornato a puntare con decisione sulla fantascienza orbitale. In questo contesto si inserisce Project Hail Mary, che vede Drew Goddard tornare ad adattare per il grande schermo un romanzo di Andy Weir dopo il successo di The Martian (2015).
Il film segue il dottor Ryland Grace (Ryan Gosling), impegnato in una missione disperata nello spazio profondo per salvare il Sole. Fin dalle prime battute l’opera si impone come un’esperienza visiva potente: Project Hail Mary è maestoso, a tratti estasiante, e trova nella sala la propria dimensione ideale. Alcune immagini richiamano inevitabilmente un immaginario consolidato – da 2001: Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968) a Sunshine (Danny Boyle, 2007) – senza mai risultare derivative, ma anzi contribuendo a creare un senso di continuità con una tradizione ben precisa.
Lodevole, in questo senso, anche il ritorno a un uso più materico degli effetti speciali, soprattutto nella realizzazione di una presenza non umana che evita la spettacolarizzazione digitale più smaccata per trovare una forma sorprendentemente tangibile. Prende così vita un rapporto interspecie che, per purezza e semplicità comunicativa, richiama a tratti quello visto in WALL·E (Andrew Stanton, 2008).
Più che un racconto isolato, Project Hail Mary nasce però dentro una tradizione ben riconoscibile. La regia di Phil Lord e Christopher Miller – sulla scia dei risultati di The LEGO Movie (2014) e della loro impronta creativa in veste di sceneggiatori e produttori in Spider-Man: Into the Spider-Verse (2018) – si muove con sicurezza all’interno di coordinate già esplorate, mentre la scrittura di Goddard ordisce un impianto narrativo fortemente debitore al cinema sci-fi degli ultimi decenni. Il film si configura così come un’opera profondamente citazionista, che attraversa il genere con consapevolezza, rielaborandone i codici invece di limitarsi a replicarli.
La narrazione procede attraverso una continua alternanza tra passato e presente, ricostruendo progressivamente gli eventi fino a un punto di convergenza finale. Un meccanismo fluido, che rende il racconto accessibile anche nei suoi passaggi teorici più ostici e permette allo spettatore di orientarsi senza difficoltà.
Torna anche il tema della relatività del tempo, come già esplorato in Interstellar (Christopher Nolan, 2014), ma qui trattato in modo meno enfatico, quasi trattenuto. Il film oscilla costantemente tra due registri – uno più serio, quasi contemplativo, e uno più leggero, apertamente scanzonato – trovando a tratti una coesione efficace; almeno finché questa leggerezza non finisce per prendere il sopravvento, forse fin troppo. Perché Project Hail Mary è, soprattutto, un’opera che non sembra sapere fino in fondo quanto prendersi sul serio.
Ryan Gosling abita questo equilibrio instabile con una performance che riesce a essere al tempo stesso vulnerabile e ironica, risultando credibile anche nei momenti più sopra le righe del personaggio. Ma è proprio quando il film insiste su questo registro che emergono le sue fragilità; si passa bruscamente da momenti di dramma sincero a inserti umoristici fuori luogo, costruiti su un meccanismo reiterato: musica in crescendo, stacco netto, battuta che però non sempre regge il peso della scena (e spesso nemmeno lo giustifica).
È in questi frangenti che l’uso della colonna sonora finisce per incrinare ulteriormente l’equilibrio dell’opera. Anziché limitarsi ad accompagnare le immagini, la musica tende a invaderle e didascalizzarle, arrivando talvolta persino a coprire i dialoghi ed evidenziando una gestione del sound design non sempre calibrata.
Eppure, proprio all’interno di questa gestione spesso invasiva del tappeto sonoro, emerge anche uno dei momenti più riusciti del film. La sequenza legata a Eva Stratt (Sandra Hüller), scandita da Sign of the Times, innesca un cortocircuito particolarmente efficace: le parole di Harry Styles, calate in un contesto dolcemente apocalittico, trovano nella voce della Hüller un’intensità inattesa. Questa interpretazione restituisce alla scena un bilanciamento raro nel resto del lungometraggio e una sospensione lirica che richiama la celebre scena di canto di Carey Mulligan in Shame (Steve McQueen, 2011).
Le sequenze più dinamiche, invece, mantengono sempre una buona tensione, senza mai scivolare in una spettacolarizzazione gratuita o compiaciuta. Anche quando tutto inevitabilmente precipita, la regia riesce a costruire momenti adrenalinici credibili e coinvolgenti. Il problema della pellicola, allora, non risiede nei cliché, ma nel modo in cui vengono modulati: i registi dimostrano spesso di esserne consapevoli, ma faticano a integrarli in un armonia coerente. Project Hail Mary funziona quando si affida alla sua dimensione più pura ed epica – quella della scoperta, della sopravvivenza, del primo contatto – ma smarrisce la rotta ogni volta che forza una leggerezza che, in questa forma, finisce per risultare estranea al racconto.
Alla fine, però, basta un’unica e potente immagine a restituire il senso più autentico del viaggio: il professor Grace che, distante anni luce dalla Terra e sospeso davanti al pianeta Erid, si concede un attimo di quiete: «mi godo il momento». Forse è proprio questa la chiave di lettura ideale: accettare il film per ciò che è, lasciarsi attraversare dalla sua ambizione e dal suo fascino visivo, perdonandogli l’incapacità di trovare, fino in fondo, un proprio equilibrio.
Pubblicato il:
Tag:
Consigliati per te
'Project Hail Mary' è un film di fantascienza spettacolare e citazionista, visivamente potente e coinvolgente anche quando non trova il suo equilibrio.
Strade Perdute esce con un nuovo numero sette dal tema Fantasma!
Mentre le stagioni si alternano sul cielo di Roma, 'Il Dio dell'Amore' di Francesco Lagi declina l'amore in tutte le sue sfaccettature.






