Chat Chat Show di Xavier Tesson

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Chat Chat Show di Xavier Tesson

«Sempre è stato così e così sarà sempre: il tempo e il mondo, il denaro e il potere apparterranno ai piccoli e ai superficiali, mentre gli altri, i veri uomini, non avranno niente. Niente all’infuori della morte.»
«Nient’altro?»
«Sì, l’eternità.»

— Hermann Hesse, ​Il lupo della steppa

Pascere: condurre al pascolo, nutrire; e, nel riflessivo, nutrirsi. Il pastore, la figura più antica della poesia d’Occidente, che tiene insieme i due verbi in un solo gesto: chi dà da mangiare, mangia. Joël Ammazzadori, pastore di una Corsica provinciale che Chat Chat Show restituisce nella brutale miseria di un banale pezzo di terra, decide di girare il proprio diario come se glielo avesse commissionato Hollywood. La videocamera è a mano, la sua, morbosamente custodita; toccarla è profanare, contaminare la ripresa con un assolutamente diverso. Da quel momento ogni cosa viene consegnata in pasto all’obiettivo – i gatti di cui deve liberarsi per un dovere quotidiano; l’amico Alexandre, ubriacone dalle vene marxiste che millanta d’aver scritto Il lupo della steppa e che loda Joël destinandolo a grandi cose; l’incontro con Octave, backpacker reduce da depressione, ayahuasca e manuali di sviluppo personale, affascinato dalla sua disturbata condotta solo fino al punto in cui questa resta spettacolo e non offende. Il caso cerca l’istinto, l’istinto libera il caso: e la lente, montata sopra la canna di fucile come un occhio in più, non distingue.

Tesson ha il coraggio di non sciogliere mai del tutto l’ambiguità. Non si capisce se Joël simuli o senta: come se, davanti alla camera, le emozioni fossero private d’anima per essere affidate alla posterità, in un’ingenuità spiazzante: fuga dalla realtà di un perverso o dedizione squilibrata a un ideale? Lui stesso non crede a ciò che scopre mentre lo compie. L’unico momento in cui dice il vero – la maledizione familiare narrata a una platea: un antenato, una statua, una discendenza condannata a uccidere per poter desiderare – è quello in cui nessuno gli crede, troppo bestiale per essere vero, creduto finto perché impossibile, incomprensibile alla società, e dunque immediatamente da confinare all’ironia. Qui il film nel film si rovescia: la finzione è l’unico luogo dove il reale può ancora essere detto.

«E campile sò sparite
Regna la machja pertuttu»

«I campi sono scomparsi,
regna la macchia dappertutto»

Chat Chat Show di Xavier Tesson
Chat Chat Show di Xavier Tesson

È in questo rovescio che Chat Chat Show si fa contemporaneo. In un mondo che vive di attitudini confezionate («portami dei nuggets!») e sentimenti a rilascio rapido – desideri soddisfatti troppo in fretta, entusiasmi che Joël, da buon lupo della steppa, non condivide né comprende – il pastore offre l’alternativa delirante, la conseguenza che mostra per contrasto, e all’eccesso, ciò di cui la società (si) è privata, ovvero la sincerità della pancia, la schiettezza del giudizio, il fluire esatto degli istinti; fino a mostrare la delizia in ciò che è proibito, il nutrimento cercato nell’indesiderabile. «Se questo è il bene, io sono pazzo». Alieno al mondo, incomprensibile a esso, un reietto dall’occhio spalancato – segnale di una follia che smette di essere tale, perché buona, gustata come tale –, reagisce all’inetta normalità degli individui con l’unico strumento che il mondo gli ha lasciato, la ripresa: per un estremo appello a un desiderio, palpabile, duro, caldo (chaud, da cui «show»).

Ma Chat Chat Show lascia aperta anche la lettura opposta, come una porta sul retro. Il lupo, forse, non è Joël: è la camera. Joël è l’agnello. Le si rivolge rimproverandola, confessandosi, fino ad ammettere il proprio disconoscimento. Lavora per «loro» – chi gli abbia assegnato il progetto non si sa mai: un produttore, un pubblico, un algoritmo – e il committente invisibile di ogni diario esposto chiede una cosa sola, che non ci si fermi. Alexandre gli fa ingoiare un plagio, la prima finzione; Octave, con Schopenhauer nello zaino, sogna un’estinzione compassionevole senza accorgersi che compassione è soffrire con, e che l’obiettivo non soffre con nessuno: è il dispositivo della pietà zero, l’occhio che raccoglie i frammenti sparsi per passare «nel reame delle immagini e divenire immortale». A Octave un vecchio corso, dandogli un passaggio, canta in faccia che il senso di ciò che cerca non è lì, nelle sue inani divagazioni. Nessuno ascolta. Tutti filmano. In questa chiave il selvaggio non è chi oppone l’istinto alla società dei sentimenti confezionati, ma chi ne è il prodotto più puro; il primo contenuto della rete furono i gatti, e il titolo – chat, il gatto; chat, la chiacchiera; show – lo sa.

La fotografia dilata la macchia mediterranea in una luce curata che non consola; le musiche attutiscono la tragedia mentre la preparano, straniandola; i canti corsi, lirici fino allo strazio, aprono nel presente della ripresa una faglia ancestrale – la solitudine del pastore come eterno pasto. Gli intermezzi tratti da Hesse e dalla colonna sonora scandiscono la discesa come stazioni di una via crucis rovesciata. «Per rompere le tue catene, darei il mio cuore e le mie vene»: per dar da mangiare, per mostrare agli altri la verità dell’appetito, bisogna nutrire la fame, fino e perfino quella più oscura.

Un film audace, venato da una corrosiva e non retorica ironia, necessario per i temi affrontati: l’inconfessabile veracità dell’istinto, la disperazione per un attrito che manca; la trasfigurazione che la camera, cioè l’immagine, attua sull’anima delle persone, in senso diabolico («Io vengo dall’inferno») o semplicemente disvelante – ha, forse, Joël trovato i suoi veri impulsi, la vita autentica?

Il lupo della steppa muore d’indipendenza, dice il libro. Il pastore di Tesson non muore: filma, si deforma in una smorfia. E un cibo che puzza, ci ricorda lo stesso protagonista, non è detto che sia andato a male. Forse ha soltanto preso carattere.

«Lasciu dì perchè mi piace
Ascoltu ma nulla sentu
Lasciu stà u ben chì ghjace
Mi stò cù lu me turmentu
Accant’à le mio caprelle
Liberu sò com’è elle.»

«Lascio dire, ché mi piace,
ascolto ma non sento nulla,
lascio stare il bene che giace,
me ne sto col mio tormento:
accanto alle mie caprette
sono libero come loro.»

Scheda tecnica di Chat Chat Show

Chat Chat Show (2026, 84′) – Regia: Xavier Tesson. Interpreti: Aurélien Gabrielli, Jean-Emmanuel Pagni, Charles Falanga. Fotografia: Clément Baudu, Aurélien Gabrielli, Xavier Tesson. Musiche: Etienne Dumas-Brisson.

Leggi anche: Sul cinema come ultima forma della persona; Lo straniero di François Ozon.

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Pubblicato il:

30 Settembre 2026

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