I nostri anni di Daniele Gaglianone

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I nostri anni di Daniele Gaglianone, recentemente restaurato dal Museo Nazionale del Cinema, è un oggetto filmico difficilmente classificabile, sospeso tra documentario, road movie e dramma di guerra. Più che un film sulla Resistenza, è un’opera che della Resistenza sembra assorbire ogni residuo vitale per poi liberarsene, sottraendola tanto alla retorica celebrativa quanto alla cristallizzazione museale.
Fin dalle prime battute, segnate da un senso di sopravvivenza quasi accidentale («Sai cosa ci ha fregati in tutti questi anni? Il pensiero di essere rimasti vivi. Quasi per sbaglio»), il film si impone come un epitaffio irregolare e inquieto, capace di interrogare il tempo più che raccontarlo. Le linee narrative si dispongono inizialmente in parallelo, salvo poi convergere in una struttura fluida, dove passato e presente si contaminano fino a diventare indistinguibili. Non c’è ricostruzione storica in senso tradizionale: ciò che emerge è piuttosto una memoria soggettiva, frammentata, che procede per accumulo di immagini e ritorni ossessivi.
La vicenda di Alberto e Natalino, ex partigiani che si ritrovano a distanza di anni, si carica di una tensione morale che sfugge a ogni semplificazione. L’incontro, nell’ospizio, con l’ex comandante fascista responsabile della morte di un compagno introduce un cortocircuito narrativo e simbolico: il nemico non è più figura astratta o incarnazione del Male, ma un corpo invecchiato, vulnerabile, quasi irriconoscibile. La vendetta, che pure aleggia come possibilità, si svuota progressivamente di senso, lasciando emergere una zona grigia in cui il giudizio si fa incerto.
Determinante è il lavoro visivo di Gherardo Gossi, che costruisce un tessuto stratificato attraverso l’uso di differenti grane della pellicola in bianco e nero. Il continuo slittamento tra found footage, immagini dal sapore televisivo e inquadrature più canoniche non risponde a un semplice esercizio stilistico, ma traduce formalmente la natura instabile della memoria. Ne deriva uno sguardo che può farsi di volta in volta straniante, onirico, persino fiabesco, senza mai perdere il contatto con la dimensione concreta dell’esperienza.
Gaglianone evita consapevolmente ogni deriva epica: la Storia resta sullo sfondo, mentre in primo piano si dispiega una costellazione di microstorie, vissuti individuali che non ambiscono a rappresentare un’intera generazione, ma ne restituiscono le contraddizioni. Anche nei lunghi flashback – che si articolano come visioni in un paesaggio boschivo sospeso tra sogno e incubo – non c’è alcuna monumentalizzazione del passato, bensì un continuo slittamento tra ricordo e immaginazione.
In questo senso, il restauro assume un valore che va oltre la semplice operazione filologica: diventa gesto politico e culturale, pratica di resistenza allo svuotamento della memoria. Se, come suggerisce la battuta conclusiva, «i nostri anni sono passati come una storia che ci è stata raccontata», il cinema di Gaglianone interviene proprio su questo scarto, restituendo al passato una consistenza mobile, imperfetta, ma ancora capace di interrogare il presente.
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