I figli della scimmia di Tommaso Landucci

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I figli della scimmia

Girato in Piemonte e presentato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, I figli della scimmia (2026) di Tommaso Landucci è un esordio schietto, lucido e misurato sull’appartenere e sull’appartenenza familiare. Qui con Dario (Riccardo Scamarcio) come prospettiva principale, padre di un figlio disabile di nome Enrico (Andrea Aggio), il film si sviluppa nei legami che intercorrono tra i membri della famiglia tutta, articolando una riflessione collettiva e generazionale sulla presenza, la ricerca e l’attenzione. I figli della scimmia non si limita infatti a presentarsi come un film pertinente al tema della disabilità; l’opera prima di Tommaso Landucci è, prima di tutto, un film sulla cura: di un padre per un figlio, di uno zio per il nipote, di un uomo per sé stesso – e sull’accettazione di una vita che, in superficie, potrebbe risultare insoddisfacente.  

Landucci ritrae Scamarcio nei panni di un padre terribilmente riflessivo e malinconico; Dario è un individuo consapevole del proprio amore per Enrico, ma si ritrova comunque costretto a vivere una quotidianità avvilente, costantemente aggrappato alla mancanza di un rapporto semplice, attivo e ordinario con il figlio – inevitabilmente vincolato dalla sua disabilità. Le attività più semplici si trasformano in automatismi: il bagnetto, le medicazioni, il cucinare. Tutto diventa necessità, procedura.  

Questa mancanza si riversa nei primi piani di uno Scamarcio che ritrova nella figura del nipote Giacomo (Tancredi Naldini) quella vicinanza che riconosce assente nella propria quotidianità, arrivando – consapevolmente o meno – a sostituire la figura paterna del fratello Roberto (Fausto Russo Alesi). Un profondo desiderio che si trasforma presto in trascuratezza nei confronti dei membri della famiglia e della propria vita, ritratta da Landucci attraverso l’oggettività di una macchina da presa quasi mai disordinata o fuori posto. Piuttosto, il film stesso attesta una certa cura nella rappresentazione emotiva, spaziale e visiva dei personaggi.  

Tramite una regia prudente, che in punta di piedi si muove tra le fragili dinamiche familiari, I figli della scimmia non risulta mai stucchevole nella rappresentazione di un abbraccio o di un pianto, privilegiando invece la libertà interpretativa dei soggetti ritratti; dallo stesso Scamarcio – il quale pondera con grande precisione la frustrazione di un uomo gentile, ma spesso ingenuo – fino alla fondamentale interpretazione di Fausto Russo Alesi, perfettamente calato nell’emotività impacciata e severa di un padre che cerca disperatamente di capire dove sbaglia. Altrettanto rilevante è il ruolo di Lidiya Liberman, madre e pilastro incrollabile nella vita di Enrico, spettatrice del lento turbamento e dello smarrimento paterno.
I figli della scimmia si sviluppa così tra le geometrie della realtà provinciale: con sincerità, sino a quel finale che – così come nei primi minuti – ritrova Dario fare il bagnetto a Enrico. E la macchina da presa si avvicina, diviene partecipe: mostra le orecchie, le mani, l’intimità di un rapporto che si riconcilia nella banalità di un gesto – questa volta consapevole, questa volta con il sorriso. 

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Pubblicato il:

19 Settembre 2026

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