Sacrificio di Andrej Tarkovskij

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Esattamente quarant’anni fa, nel maggio del 1986, Sacrificio (Offret) veniva presentato al 39° Festival di Cannes, dove avrebbe poi ottenuto il Gran Premio Speciale della Giuria. Era l’ultimo film di Andrej Tarkovskij, girato mentre la sua salute iniziava a deteriorarsi a causa del cancro ai polmoni che lo strappò al mondo pochi mesi più tardi.
La versione finale gli venne mostrata sul letto di morte, in un ospedale di Parigi; forse è anche per questo che Sacrificio non sembra avere l’urgenza di raccontare una storia, quanto piuttosto di lasciare una testimonianza.
L’intero film è costruito su sole 115 inquadrature: un numero così esiguo che dice tutto sulla densità dello sguardo di Tarkovskij e sulla sua fiducia nel tempo come materia prima del cinema.
L’inizio di Sacrificio è già, in fondo, un’opera a sé stante: un unico piano sequenza di nove minuti e ventisei secondi (la ripresa singola più lunga mai realizzata dal regista) in cui Alexander (Erland Josephson), compare in un campo lunghissimo, accanto al mare, mentre pianta un albero secco, apparentemente morto. Al suo fianco c’è il figlio, il «piccolo uomo», che lo aiuta in silenzio, mentre ascolta il racconto di un monaco che, ogni giorno, sempre alla stessa ora, aveva annaffiato un albero morto finché quello non era rifiorito.
È con la promessa di un rituale, di un gesto ripetuto nel tempo, che la pellicola comincia.
Solo in seguito si scopre che è il compleanno di Alexander. Sono in corso i preparativi per la cena quando si sentono dei boati che scuotono la casa e la televisione annuncia un’imminente catastrofe nucleare a cui nulla e nessuno può sfuggire. Nel caos che segue la notizia, Alexander si rivolge a Dio promettendo il sacrificio assoluto: rinunciare a tutto ciò che lo tiene attaccato alla vita purché il mondo possa tornare come prima.
Sarà Otto (Allan Edwall), il postino esperto di occulto e ospite alla festa, a offrire la soluzione: giacere con Maria (Guðrún Gísladóttir), la domestica, per porre fine a tutto. Un gesto che, a primo impatto, sembra assurdo ma, nell’eventualità in cui funzioni, assumerebbe un significato smisurato. Perché se il sacrificio di Alexander fosse sufficiente a salvare il mondo, allora nessuno saprebbe più quale significato assumerebbe la nostra idea di realtà.
Tarkovskij, con questa parabola-testamento, mette sotto accusa un’umanità che non crede più a niente. La vera tragedia non è la catastrofe nucleare, ma l’incapacità di ammettere e di concepire un miracolo, poiché esso è qualcosa che sfugge alle logiche abituali del mondo, qualcosa che non può appartenere alla vita reale, che esiste solo nelle pagine dei libri e nelle immagini del cinema. Eppure, a volte i miracoli escono dallo schermo. Come sembra accadere nell’ultima scena, in cui il bambino torna ad annaffiare l’albero secco, composta in modo curiosamente simile all’apertura del primo lungometraggio del regista, L’infanzia di Ivan (1962), quasi a chiudere un cerchio iniziato ventiquattro anni prima. Una simmetria, dolcissima e probabilmente voluta, che lascia intuire come Tarkovskij, ormai consapevole dell’approssimarsi della fine, abbia scelto di chiudere il suo film, la sua carriera e la sua stessa vita mostrando il miracolo del coraggio quotidiano.
Un coraggio semplice, di cui tutti siamo capaci, fatto della promessa e della ripetizione di un gesto, di un rituale da compiere sempre, ogni giorno, credendo nella forza di quell’atto anche quando sembra insensato.
I rami dell’albero crescono piano, cercano spazio nell’aria attraverso una danza ondeggiante di deviazioni, cambi di direzione, tentativi, che poi vengono definitivamente fissati nel tempo con la forma dell’albero stesso. Anche la vita scorre allo stesso modo. E forse il miracolo di cui parla Tarkovskij è proprio questo: avere la forza di continuare a dare acqua all’albero anche quando sembra morto. Perché soltanto nella pazienza del tempo esiste ancora la possibilità di rifiorire.
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