Back Home di Tsai Ming-liang

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Che cosa significa realmente sentirsi a casa? Possiamo davvero soltanto ricondurlo a quell’intangibile senso d’appartenenza e familiarità, in cui la nostra identità s’intreccia con le nostre radici? Oppure vi è dell’altro da percepire? Hui Jia – Back Home, l’ultimo mediometraggio di Tsai Ming-Liang, regista simbolo dello slow cinema e del Nuovo Cinema Taiwanese, riscopre il concetto stesso del ritorno a casa.
Alla ricerca di un protagonista per il suo film Days (2020), Tsai incontra Anong Houngheuangsy, un giovane operaio laotiano emigrato in Tailandia, che, come la maggior parte dei compaesani della sua età, è costretto a lavorare all’estero, spesso in situazioni di sfruttamento. Dato il successo del loro film, Tsai si ritrova a trascinare l’inesperto attore in giro per il mondo tra vari festival cinematografici. Proprio durante il loro viaggio assieme il regista si rende conto di voler comprendere cosa la parola “casa” significhi per il ragazzo — un’indagine figlia della vicinanza emotiva, essendo stato Tsai stesso un emigrato malese in cerca di integrazione a Taiwan.
Nel 2025, il cineasta ha quindi deciso di compiere questo “ritorno a casa” nel Laos rurale insieme ad Anong, visitando i suoi quartieri armato solamente di una piccola videocamera Canon e di una macchina fotografica Leica, dando così vita a un documentario minimalista.
Da sempre il cinema di Tsai Ming-liang si distingue per la radicale liberazione dal formalismo e da ogni regola strutturale e di linguaggio. Lavorando ora in solitaria dietro la macchina da presa, egli è riuscito a svincolarsi ulteriormente dalle costrizioni commerciali e dai voleri dell’industria cinematografica. Questa autonomia e licenza artistica consente alle sue opere di preservare un’estetica essenziale, sia visiva che narrativa, in grado di restituire le immagini nella loro purezza. In tal modo, lo spettatore non si limita più a scrutare il mondo attraverso lo schermo-finestra, bensì diventa un’esperienza da vivere e abitare.
I suoi ultimi film narrativi sono stati inoltre realizzati in assenza di sceneggiatura e senza necessitare di una trama definita, approcciandosi alla finzione attraverso il realismo. Temi come solitudine, noia, incomunicabilità e disconnessione abitano da sempre il suo immaginario, ma solo negli ultimi anni — con The deserted (2017) e Days (2020) — è emersa un’ involuzione di questi sentimenti. In questo senso, Back Home rappresenta il punto in cui la sua ricerca di semplificazione estrema tocca il suo apice. Secondo lo stile di Tsai Ming-liang, limitare la narrazione e la forma presenti in una scena restituisce allo spettatore un ruolo attivo.

Back Home, infatti, è un’opera sensoriale costituita interamente da inquadrature fisse, mantenute a distanza, frutto di scelte registiche meticolose. Un approccio che dà vita a un cinema dal carattere sfuggente, una sorta di astrazione artistica che osserva attentamente il mondo e simultaneamente pare allontanarsene.
In questo stato di attesa e ascolto, si amplifica la percezione sonora, dai suoni naturali — lo scorrere dell’acqua, il soffiare del vento e i richiami di uccelli, cani e mucche — fino agli echi lontani di camion, automobili e macchinari. Persino le voci si tramutano in pura melodia e difatti il film è volutamente senza sottotitoli, così che anche le parole, incomprensibili per noi così come lo erano per il regista stesso, diventino semplicemente parte dell’orchestra invisibile del luogo.
Avvolti da questo spirito meditativo, ci ritroviamo a contemplare un decoupage di case povere e vuote, immerse nell’aridità e nel verde; un paesaggio fatto di terra, polvere e calcinacci, completamente privo di uomini e di vita. Molte abitazioni paiono abbandonate o mai terminate, con infissi mancanti da cui filtra la luce, quasi a trafiggerle. Questa sensazione di casa diviene simbolo di una nazione e di una gioventù abbandonate, in balia di sé stesse.
Lo sguardo poi scivola negli interni — mobili spartani, teli appesi e materassi al pavimento — e con essi compaiono le figure umane, intente nel loro quotidiano. Seguono poi i mercati e le strade sterrate, fino alla visione dei lavoratori che scolpiscono statue dorate buddiste: effigi abbandonate nel nulla rurale, sommerse da piante o nascoste in grosse cave nella pietra.
Infine, ogni sera, dopo aver contemplato la quotidiana povertà altrui, Tsai Ming-liang torna nella sua comoda camera d’hotel e la meditazione forse finisce.
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