Amarga Navidad di Pedro Almodóvar

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Amarga Navidad segna il ritorno in sala di Pedro Almodóvar a due anni dal suo ultimo lungometraggio, La stanza accanto (2024) – senza considerare Sirât (Oliver Laxe, 2025), di cui è stato produttore. Lo stesso regista spagnolo ha definito quest’opera «il film dove sono stato più impietoso verso me stesso», e non è difficile capirne il perché.
La storia si concentra inizialmente su Elsa (Bárbara Lennie), una regista di spot pubblicitari che, dopo la morte della madre, si ritrova immersa in una malinconia costante, aggravata da problemi di salute e da un generale senso di fragilità. Solo in seguito si comprende come Elsa sia in realtà l’alter ego letterario di Raúl (Leonardo Sbaraglia), un regista in crisi creativa che utilizza l’autofiction nel tentativo di superare il blocco dello scrittore e rielaborare i conflitti con il compagno Santi (Patrick Criado) e con l’assistente Mónica (Aitana Sánchez-Gijón).
Amarga Navidad è probabilmente uno dei film più apertamente autoriali di Almodóvar, al punto che anche chi conosce superficialmente la sua filmografia riesce immediatamente a riconoscerne temi, atmosfere e sensibilità. La centralità dei personaggi femminili, le relazioni queer, il melodramma trattenuto, la presenza costante del dolore e della malattia: tutto contribuisce a costruire un universo umano che sembra esistere in continuità con gran parte della sua poetica.
Amarga Navidad, tuttavia, non si limita a costruire un racconto dentro il racconto. Almodóvar lascia emergere continuamente il processo stesso della scrittura, mostrando come la realtà filtri nella finzione poco a poco, fino a rendere evidente la sovrapposizione tra le persone reali e i personaggi che ne derivano. Certi passaggi apparentemente artificiosi acquistano senso proprio perché percepiti come frammenti di una storia ancora in fase di costruzione.
Il film assume così quasi la forma di una matrioska narrativa: Raúl scrive Elsa, Almodóvar scrive Raúl e si perpetua la coesistenza tra autore, personaggio e alter ego. È un meccanismo che finisce inevitabilmente per coinvolgere anche lo spettatore, chiamato a ricomporre i legami tra realtà e finzione e a interrogarsi continuamente su ciò che appartiene davvero al vissuto dei personaggi e ciò che invece nasce dalla rielaborazione narrativa. Il “guion” (sceneggiatura) di Raúl non viene percepito come qualcosa di già definito, ma come una materia in divenire, una storia che prende forma sotto gli occhi di chi guarda.
In questo senso, Amarga Navidad utilizza l’autofiction non solo come struttura narrativa, ma come strumento attraverso cui il dolore viene trasfigurato, manipolato e reso sopportabile. Il lutto, la depressione, il trauma e il senso di perdita attraversano l’opera senza mai esplodere davvero in momenti apertamente devastanti e, anche nei passaggi più malinconici, Almodóvar cerca di evitare il climax emotivo tradizionale: allo spettatore resta addosso una tristezza continua e sommessa, costantemente presente senza mai trasformarsi in disperazione plateale.
Più che ricercare una partecipazione emotiva immediata, il regista sembra voler accompagnare lo spettatore in uno stato di costante sospensione, lasciando che siano il tempo e l’accumulo dei dettagli a costruire il coinvolgimento. In questo equilibrio trova spazio anche un’ironia sottile e distratta, fatta di piccoli momenti laterali che non esplodono mai in battute comiche, ma che emergono con naturalezza nel racconto tramite osservazioni improvvise e situazioni vagamente assurde.
Anche stilisticamente, il film lavora in una direzione fortemente riconoscibile. La colonna sonora orchestrale, il gusto melodrammatico della messa in scena e una certa costruzione teatrale delle immagini rivelano un approccio quasi classico, volutamente distante dal naturalismo contemporaneo. Se nelle battute iniziali questa artificialità può persino apparire straniante, procedendo nella visione tutto sembra trovare una forma più armonica, come se spettatore e racconto iniziassero progressivamente a entrare sulla stessa frequenza emotiva.
I confini tra finzione e realtà, la teatralità della messa in scena e la natura stessa dell’autofiction mantengono inizialmente una certa distanza. È però proprio nel suo dipanarsi che il meccanismo si scioglie: i personaggi iniziano a sovrapporsi, i parallelismi emergono con maggiore chiarezza e il racconto trova la propria quadratura.
Amarga Navidad racconta una storia figlia di un blocco dello scrittore, a cui sembra corrispondere un blocco dello spettatore. Se il primo cerca una via d’uscita nella scrittura, il secondo trova la propria nella visione, lasciando che realtà e finzione finiscano lentamente per confondersi. Almodóvar realizza così un film che sembra rivolto prima di tutto a sé stesso: un’opera che vede la finzione non come nascondiglio, ma come luogo per esporsi totalmente, affidando a Raúl dubbi, fragilità e contraddizioni che appaiono troppo intime per non essere vere.
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