Scritto da

Enrico Nicolosi

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Gli otto cortometraggi realizzati dal 2008 al 2016, tutti prima di compiere trent’anni, rappresentano ancora oggi le opere più trasparenti e disinibite del regista newyorkese. Un Aster in purezza ancora tutto da scoprire.

Un periodo nel quale ha composto, corto dopo corto, uno dei corpus cinematografici tra i più interessanti e coerenti del panorama contemporaneo, dando prova del suo talento e anticipando, senza filtri di sorta, le ossessioni che lo renderanno famoso di lì a poco – a partire dal successo di Hereditary (2018).

A emergere come elemento collante di tutti suoi film è la sua personalissima versione dell’unheimlich freudiano. Ben più che perturbante, l’orrore puro messo in scena da Aster si annida e prolifera all’interno delle stesse mura casalinghe che dovrebbero proteggere il focolare dalla violenza del mondo esterno.

Tutto ha inizio con The Strange Thing About the Johnsons (2011).

Un’epopea familiare di rara morbosità, che ribalta i classici rapporti di potere per denunciare, ancor più vividamente, la crudeltà della violenza coercitiva di matrice sessuale. Un orrore ancor più indicibile e impensabile a causa dell’origine domestica del male.

Sulla stessa scia si colloca Munchausen (2013), altro studio dell’istituzione familiare attraverso il filtro della monomania. Questa volta, il meccanismo perverso ritratto è quello della sindrome di Munchausen per procura, grave disturbo mentale in cui un caregiver (solitamente la madre) simula o provoca intenzionalmente malattie nei propri figli.

Mettendo in scena lo straziante dolore autoinflitto senza l’ausilio di dialoghi, Aster dimostra di essere in grado di costruire un racconto ellittico con un’economia narrativa e un’efficacia stilistica da recuperare al più presto.

Basically (2014) – con la neo Lois Lane Rachel Brosnahan – e C’est la vie (2016) assumono invece la forma del monologo diretto allo spettatore dietro la quarta parete. Due invettive splendidamente incorniciate e recitate che mostrano, ancora una volta, la qualità della penna di Aster, così come gli oggetti del suo interesse: l’asimmetria relazionale, la dipendenza affettiva e la società come caos barbarico accettato e condiviso.

Nel 2014 realizza la scheggia impazzita The Turtle’s Head, parodia sudicia e sboccata dei classici noir hollywoodiani. Il detective privato Bing Shooster (Richard Riehle), molto più interessato alle sue conquiste sessuali che alla sua professione, si trova a patire il contrappasso della sua libido fuori controllo: il rapido e inarrestabile restringimento del pene. L’ennesima storia ridicolmente surreale che smaschera le disuguaglianze di potere insite nella nostra società – in questo caso il sessismo.

Se il 2011 è l’anno della svolta della carriera di Aster grazie alla viralità raggiunta dal suo secondo corto The Strange Thing About the Johnsons, il successo di quest’ultimo oscura il suo vero capolavoro breve: Beau (2011) – dal quale poi deriverà Beau ha paura (2023).

Bastano sei minuti a Beau per racchiudere l’essenza del successivo lungometraggio di tre ore. Ciò è dovuto al genio creativo del regista newyorkese che riesce, con una semplicissima intuizione come quella di una chiave inspiegabilmente rubata, a dispiegare davanti a noi la sua idea di società come mero contenitore di una realtà intrinsecamente ostile e brutale.

La sottotrama – che diventerà poi il fulcro di Beau ha paura – indirizza nuovamente il discorso verso la dimensione domestica e familiare propria dell’unheimlich: l’appartamento violato e il ricatto psicologico della madre rappresentano perfettamente l’illusione di vivere in un ambiente protetto.

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Pubblicato il:

15 Luglio 2026

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