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Zatch

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Scomparsa ormai più di sessant’anni fa a seguito di una prematura morte che, ancora oggi, rimane avvolta da un inesauribile alone di mistero, Marilyn Monroe (Norma Jean Baker, 1926 – 1962) non cessa di abitare l’immaginario collettivo quale figura pilastro della cultura pop, dalla silhouette inconfondibile ai colori divenuti ormai parte di uno standard consolidato all’interno della storia del cinema americano. 

Tuttavia, dietro quei celebri capelli biondi e la sofisticata patina del meccanismo hollywoodiano, si celavano la dedizione e il talento di una giovane ragazza californiana cresciuta di famiglia in famiglia, in costante fuga da un contesto psicologicamente soffocante. A orientarne la volontà di rivalsa intervenne l’ammirazione di uno spazio – quello cinematografico – e il fascino di icone quali Greta Garbo e Jean Harlow (quest’ultima nota come l’intramontabile «bionda di platino» degli anni Trenta, dalla quale Norma Jean avrebbe poi mutuato parte della sua cifra stilistica) – coltivando, sin da piccola, il sogno di conquistare a sua volta la fascinazione del grande schermo. 

Oggi, a un secolo esatto dalla sua nascita, vogliamo celebrare e ricordare l’immensità creativa di Marilyn Monroe attraverso cinque dei suoi film che, più di altri, ci permettono di decostruire l’immaginario stereotipico della «dumb blonde» stampatole addosso dall’industria.

La tua bocca brucia (Don’t Bother to Knock, 1952)

Diretto da Roy Ward Baker e con una giovane Anne Bancroft nel cast, La tua bocca brucia (Don’t Bother To Knock, 1952) è un thriller psicologico che, nella sua messa in scena angusta, vede una Marilyn alle prese con un ruolo insieme controverso e intrigante. L’attrice, qui ventiseienne, interpreta il personaggio di Nell – baby-sitter dall’infanzia problematica e disturbo bipolare – con tale convinzione e credibilità da non rendere complicato intuire la connessione personale tra l’esperienza stessa di Monroe e la fragilità psichica con cui Nell viene approfondita, in costante conflitto con i suoi traumi passati.  

Sebbene la giovane età, infatti, Monroe dimostra una competenza eccezionale riguardo l’uso dei micromovimenti del viso, nonché l’attenzione all’importanza e l’attitudine del corpo nel reagire agli eventi, in modo da far emergere gradualmente la vera natura di Nell lungo la crescente tensione del film. Si evince, dunque, uno studio chirurgico volto alla riuscita drammatica del personaggio, oltre che la rigorosità di un’artista che – malgrado il ruolo da protagonista appartenga sulla carta a Richard Widmark – sottrae la scena e penetra lo schermo grazie alla sua forza espressiva. La tua bocca brucia è un’ottima opera per approcciarsi alla filmografia dell’attrice californiana, qui sostenuta esclusivamente dalle capacità interpretative: il bianco e nero, così come la scenografia reclusa tra le sole camere di un hotel newyorkese e la mancanza di vestiti iconici, permettono infatti a Marilyn di esibire la totalità del proprio talento.    

Niagara (1953)

In gran parte girato presso le omonime Cascate del Niagara, il film – diretto da Henry Hathaway – è il thriller-noir in technicolor che lancia irrevocabilmente la carriera di Marilyn Monroe sul grande schermo. Niagara (1953) mette in scena la graduale conoscenza tra le due coppie protagoniste: quella misteriosa e travagliata di Rose Loomis (Marilyn Monroe) e suo marito George (Joseph Cotten) da una parte e quella tradizionale, simbolo dell’archetipo americano formata da Polly (Jean Peters) e Ray Cutler (Casey Adams) dall’altra.

Oscillando tra le atmosfere sospese e gli scenari architettonicamente grandiosi, di stampo hitchcockiano, e gli intrighi amorosi di un classico hollywoodiano, Niagara si presenta come un affresco affascinante dell’America del consumismo anni ‘50, dipingendo una Marilyn – qui nel suo unico ruolo da vera antagonista, oltre che di femme fatale – abile nel dar prova d’azione del suo magnetismo per la macchina da presa, occhio meccanico che pare quasi gravitare e arrendersi alla presenza scenica di un’attrice-regista. Il suo viso si fa morbido tra i fasci di luce crepuscolari filtrati dalle persiane e la sua attitudine quasi trascendente di propagare tensione attraverso lo sguardo, sinistro e al contempo soffuso, traina l’interesse dello spettatore come un filo invisibile. L’opera rivela dunque una Marilyn Monroe inedita nella sua fase di ascesa, quando – seppur con l’accenno di uno stereotipo già definibile – trasmetteva con potenza la sua incredibile flessibilità drammaturgica, non ancora confinata all’interno di un preconcetto popolare.

Facciamo l’amore (Let’s Make Love, 1960)

Spesso oscurata dalle storiche performance canore della stessa Marilyn ne Gli uomini preferiscono le bionde (Howard Hakws, 1953), Facciamo l’amore (George Cukor, 1960) è una commedia musicale che rivela in toto le poliedriche capacità di Monroe. Unendo commedia sofisticata, musical classico (indimenticabili i brani riadattati «My Heart Belongs To Daddy» e «Specialization») e momenti di tensione drammatica, il film rappresenta uno dei frammenti più complessi e affascinanti della maturità artistica dell’attrice. La vicenda – posizionata all’interno del suggestivo formato panoramico del CinemaScope, che a sua volta incornicia l’eleganza rudimentale della New York del Greenwich Village – ruota attorno al disilluso e impacciato miliardario Jean-Marc Clement (Yves Mondanht) che, anonimamente, si infiltra nel contesto di una compagnia teatrale impegnata a satirizzare la sua figura pubblica; qui incontra Amanda Dell (Marilyn Monroe), giovane attrice che metterà in crisi il distacco emotivo di Clement.

Affiancata dal già citato Yves Mondanht e con i brevi cameo di Gene Kelly, Bing Crosby e Milton Berle, in Facciamo l’amore Marilyn emerge con estrema naturalezza grazie alla sua vivacità comica e mai artificiosa predisposizione alla centralità scenica. Ciò che rende davvero indelebile la sua performance, tuttavia, è la capacità di lasciar intravedere, dietro quel sorriso accennato, una sottile vena di malinconia costante. È un tratto che attraversa diverse pellicole dell’attrice, segno di una volontà ricercativa all’interno dell’interpretazione comica, dove Marilyn riesce a contaminare in maniera genuina diversi aspetti dell’emotività. Ed è proprio questa padronanza nel giocare con varie sfumature dell’umano a rendere quella di Facciamo l’amore una delle prove attoriali più complesse e interessanti della carriera di Marilyn Monroe.

Gli spostati (The Misfits, 1961)

Diretto da John Huston e sceneggiato da Arthur Miller (marito di Marilyn), Gli spostati (The Misfits, 1961) è l’ultimo lavoro compiuto dell’attrice americana. Ambientato negli aridi paesaggi dello Stato del Nevada, il film costituisce un tassello fondamentale per comprendere quanto Monroe stesse concretamente cercando di ricongiungersi a quel desiderio di affermazione e rivalutazione professionale. Apparentemente confinata all’interno dei codici della commedia romantica, qui Marilyn cambia registro e riesce a ritagliarsi un ruolo, quello di Roslyn, modellato per mettere in scena un discorso fortemente legato all’immagine-persona dell’icona americana.

Si può quasi dire che Gli spostati sia – consciamente o meno – a tutti gli effetti un film su Marilyn Monroe e, più lateralmente, un film sulla inevitabile dipartita di un certo tipo di cinema americano classico in piena transizione hollywoodiana degli anni ‘60. Al tramonto del genere western, che assume qui un tono strettamente esistenzialista, il personaggio interpretato dall’attrice si configura come un alter ego di sé stessa – giocando con la sua immagine pubblica, nel tentativo di riformularla e plasmarla dal principio. Roslyn, presentataci come personalità malinconica e solitaria (esistenzialista, per l’appunto) evade dall’immaginario fabbricato di una Marilyn da sogno, spensierata e mai artefice del proprio essere, per abbracciare il dubbio e la volontà di una donna incerta che, agli occhi del pubblico, appare come un fiore appassito, spento.

Gli spostati è dunque un film fondamentale per cogliere fino in fondo la straordinaria duttilità e intensità interpretativa di Marilyn Monroe, un’artista ancora in piena evoluzione, capace di agire oltre l’immagine icona che l’ha resa immortale – prova definitiva di un percorso soltanto agli inizi, interrotto prima di scoprire la molteplicità di ruoli che avrebbe potuto ancora regalare alla storia del cinema.

Something’s Got To Give (1962)

Ricordato come il film mancato di Marilyn Monroe, Something’s Got To Give (George Cukor, 1962) – con la partecipazione di Cyd Charisse e Dean Martin – funge oggi da ultima lettera al suo pubblico. La seconda collaborazione Monroe-Cukor si posiziona all’interno di un contesto delicatissimo per la vita di Marilyn, in continua lotta con un disturbo depressivo e i molteplici interventi (nonché la travagliata esperienza sul set de Gli spostati), e per la stessa 20th Century Fox, ad un passo dal collasso economico dopo la titanica produzione di Cleopatra (1963) con Elizabeth Taylor. La stessa Marilyn venne perciò licenziata dai dirigenti della Fox per via delle sue reiterate assenze, causate dalla salute precaria.   

Purtroppo, Marilyn Monroe morì il 4 agosto dello stesso anno. Di Something’s Got To Give – poi ripreso in produzione con il titolo di Fammi posto, tesoro (Move Over, Darling) nel 1963 con Doris Day e James Garner – ci rimangono poco più di trentasette minuti. Perché, allora, inserirlo in questa lista, già breve di per sé? Non ha goduto di una distribuzione in sala, certo, ma la fotografia che Marilyn ci lascia con questo breve girato è quella di una donna in piena rielaborazione creativa, capace di annullare ogni artificio personale per dedicarsi interamente al qui ed ora dell’interpretazione. Un ritorno alla radice del suo talento, libero dalle maschere che Hollywood le aveva cucito addosso. In quei frammenti incompiuti riaffiora così un’attrice sorprendentemente autentica: serena, luminosa. Ritroviamo il sorriso innocente e appassionato delle prime fotografie di Norma Jeane, arricchito però dalla consapevolezza di un’artista che sembrava finalmente pronta a riscrivere sé stessa. Ed è forse proprio questa promessa di rinascita, rimasta sospesa nel tempo, a rendere Something’s Got To Give una delle testimonianze più preziose e affascinanti della sua carriera.

 

 

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Pubblicato il:

1 Giugno 2026

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