Julian di Cato Kusters

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Inaugurando la sua quarantunesima edizione, il Lovers Film Festival — il più longevo festival europeo dedicato alle tematiche LGBT+ — si riafferma non solo come una delle più importanti rassegne cinematografiche di Torino, ma anche come pilastro culturale capace di cogliere i cambiamenti sociali legati ai diritti civili. In un periodo segnato da regressioni e in un contesto globale dove i nostri diritti vengono spesso messi in discussione, il festival diventa portavoce di un’esigenza sempre urgente.
Tra le opere in concorso, volte proprio a celebrare le conquiste ottenute e a fungere da monito per gli ostacoli ancora da affrontare, spicca Julian, tratto dalle memorie della scrittrice Fleur Pierets. Opera prima della regista belga Cato Kusters, il film è stato co-sceneggiato da Angelo Tijssens e prodotto da Lukas Dhont, duo già riconosciuto per la fine sensibilità verso questi temi in opere come Girl (2018) e Close (2022).
Julian è un viaggio sentimentale tra ricordi, gioie e resistenza che segue Fleur (Nina Meurisse) e Julian (Laurence Roothooft) mentre intraprendono un’impresa impegnativa che le accompagnerà per anni: sposarsi in tutti i paesi dove il matrimonio egualitario è legale. Fleur, giornalista e performance artist, intende documentare l’esperienza con un reportage sia visivo che narrativo, intervistando inoltre le prime coppie omosessuali convolate a nozze nei rispettivi Stati.
Tanto il progetto delle protagoniste quanto il film stesso diventano così una celebrazione non solo di felicità personale, ma anche dell’amore e del sostegno ricevuto dalle nazioni che hanno aperto le porte al matrimonio egualitario. La loro avventura commuove ed esalta molte delle persone incontrate — anch’esse spesso segnate da dolorose esperienze di discriminazione e ingiustizia — rendendo così palpabile l’importanza di festeggiare la loro unione condividendola con il pubblico.
Attraverso semplici scene di ordinaria felicità, la loro storia riesce a raccontare la realtà dei diritti fondamentali rivendicati molto più di quanto farebbe una grande dichiarazione politica. Come osserva Fleur, la due donne possono utilizzare il privilegio di essere nate in un Paese che accetta il loro amore come un vero e proprio atto dimostrativo. Il film invita a riflettere su quanto sia necessario riaffermare e rivendicare i diritti acquisiti, trasformando l’amore in una forma di resistenza e mostrando il desiderio autentico della coppia di essere viste, riconosciute e accolte.
La narrazione è strutturata su varie linee temporali, inframezzata da scene ambientate nel futuro in cui Fleur, ormai vedova, si prepara a montare e presentare le immagini della loro storia. Julian si trasforma così anche in una lettera d’amore e in un ritratto della moglie. Per ottenere lo stile intimista necessario, Kusters gira molte scene come se fossero degli home video sgranati, catturando momenti di gioia quotidiana, con sincerità e leggerezza. La macchina da presa resta vicina ai volti, cogliendo la spontaneità delle espressioni e l’autenticità dei semplici dialoghi.
Dal punto di vista formale, il film adotta un montaggio rapido, frammentario e spesso confuso che riflette la natura volitiva della memoria. Tuttavia, queste scelte stilistiche, se da un lato donano realismo, dall’altro lasciano la narrazione a tratti vaga; la caratterizzazione delle protagoniste, pur immerse in emozioni, amori e dolori, appare sfuggente, quasi vagassero semplicemente da un ricordo a un altro. Julian rimane così evanescente ed effimero, abile a suggerire atmosfere e umori, ma incline a restare in superficie.
Il film si conclude con una nota positiva, ricordando allo spettatore che, da quando Fleur e Julian sono riuscite a sposarsi in quattro Paesi, ora è possibile farlo in trentotto. Cato Kusters non perde però l’occasione di evidenziare il divario esistente tra l’ampia accettazione sociale e le difficoltà ancora presenti a livello politico e burocratico. Un cortocircuito dolorosamente evidente in contesti come quello italiano, dove le statistiche annuali confermano questa discrepanza, a dimostrazione di quante battaglie ci siano ancora da combattere.
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