Eva di Emanuela Rossi

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Eva di Emanuela Rossi

Emanuela Rossi costruisce con Eva (2025), in concorso al 43esimo Torino Film Festival, una favola mitologica di inquietudine agreste, trasudante di influenze dal thriller e intrecciata intorno a un personaggio indecifrabile. La storia di Eva — nata durante l’emergenza mondiale del COVID19 e corrispondente al trasferimento dell’autrice nei pressi dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma — rappresenta un esempio lampante dell’arte nata dalla preoccupazione, dalla paura, dalla forza di una donna piegata dal dolore più grande che ci sia.

Eva, donna primordiale dall’aura affascinante, è giovane e sfuggente, un nodo difficile da sciogliere nella sua misteriosa irrequietezza; sempre di fretta, sembra vivere all’interno di un bosco incavato — luogo di pace e inquietante silenzio — dove porta i bambini che strappa dalle mani di genitori incuranti.  L’inspiegabile urgenza da cui sembra partire la sua missione è ambigua, a tratti quasi soprannaturale, costellata di brevi visioni di presenze aliene e indecifrabili.  Una selvaggia Carol Duarte, amatissima in Italia già per la sua partecipazione ne La chimera (2023), porta qui alla luce una moderna Cassandra, premonitrice di un disastro ambientale ormai imminente e non più ignorabile.

La forte rilevanza che viene data all’elemento naturale si configura come colonna portante del film: la psichedelia della foresta è protagonista delle allucinazioni di Eva, caratterizzate da una eco-ansia profondamente radicata e fonte di preoccupazioni continue. L’opera seconda della regista (che aveva già destato la nostra attenzione nel 2019 col suo esordio Buio) si configura quindi come un’allucinazione collettiva, un momento di riflessione comunitaria sulla deriva che le nostre politiche ambientali (e, forse, sociali?) stanno affrontando. Le catastrofi paesaggistiche frutto della mente di Eva diventano anima della nostra angoscia, instaurando sensi di colpa nello spettatore impotente.

Eva di Emanuela Rossi

C’è da dire però che nel film, con delusione non indifferente da parte del pubblico, l’esperienza di vita della protagonista viene declinata pericolosamente verso uno sviluppo mediocre, trasformando la possibilità di un’avventura dai caratteri forti nella parabola scontata (e un po’ abusata) della madre che, dopo i problemi in famiglia, entra in psicosi e fa del male ai bambini. Il realismo magico che anima la sua vita si perde in una sceneggiatura a tratti poco curata, abbandonata fin dall’inizio a banalizzazioni e buchi di trama — i quali rendono difficoltosa l’analisi simbolica di molte sequenze —  mostrando la cruda realtà di Eva come il crepuscolo finale della vita di una contemporanea strega cattiva. L’energia che la protagonista impiega nelle sue attività criminali pare a volte immotivata, diminuendo l’impatto dei plot twist che caratterizzano l’opera e impedendo la totale empatizzazione con la fragile figura della ragazza. La regia di Emanuela Rossi, composta e poco virtuosistica, lascia a fine visione un senso di vuoto generale, riuscendo a smuovere moralmente lo spettatore senza però soddisfare le aspettative del primo atto.

Eva rimane una delle opere più interessanti di questa edizione del Torino Film Festival, lasciando però l’amaro in bocca di una storia non del tutto riuscita.

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Pubblicato il:

29 Novembre 2025

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