Strange Journey: the story of Rocky Horror di Linus O’Brian

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A più di cinquant’anni dall’uscita nelle sale di The Rocky Horror Picture Show (1975), l’eredità di questo fenomeno viene celebrata nel documentario Strange Journey: the story of Rocky Horror, presentato fuori concorso al Lovers Film Festival.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un incremento significativo di documentari e tributi dedicati a icone culturali del passato, siano esse film, serie TV o persone — i numerosi specials sul Saturday Night Live ne sono un esempio. In un’epoca dominata dalla rapida obsolescenza dei prodotti culturali, dove i successi contemporanei svaniscono altrettanto velocemente nel rapido passaparola di social media e media eguali, non stupisce veder emergere con forza una fascinazione per i cosiddetti cult classic che sono sopravvissuti nello zeitgeist fino ai giorni nostri. Strange Journey: the story of Rocky Horror condivide questo sentimento di nostalgia e omaggio collettivo, ma si distingue per il suo carattere personale.
Il film è infatti diretto dall’artista Linus O’Brian, figlio di Richard O’Brian, autore e compositore del musical teatrale The Rocky Horror Show, successivamente adattato per il cinema, e nel quale ha inoltre interpretato il personaggio di Riff-Raff. Il documentario quindi non si limita a un excursus storico, ma esplora le origini dello spettacolo e la vita personale di O’Brian in quel periodo, mostrando non solo retroscena, interviste e materiale d’archivio quali testi, spartiti e bozzetti originali, ma anche l’impatto emotivo e sociale che Rocky Horror ha avuto in tutte le sue forme nel corso dei decenni.
Fungendo da ponte tra l’arte bassa e alta, Rocky Horror si ispira al cinema espressionista tedesco e ai cabaret degli anni Venti, intrecciandoli con l’energia ribelle del rock e del punk e creando un’estetica deliberatamente kitsch e camp, carica dell’ironia, imperfezioni e brutture tipiche dei film di serie B.
Nel 1973, il debutto teatrale di The Rocky Horror Show nella scena underground londinese fu una vera e propria esplosione di colori, massimalismo e diversità, incarnando appieno l’eterogeneità e i contrasti di un periodo segnato da trasformazioni culturali e rivoluzione sessuale. Sia il musical che il film si sono radicati in questo contesto storico, fungendo tanto da specchio quanto da motore per i vari movimenti sociali e artistici, dando voce al desiderio di sperimentazione identitaria e ribellione dalla convenzioni conservative. Non stupisce, quindi, l’immediato successo e l’impatto emotivo che ha avuto sul pubblico, il quale sembrava aver trovato in questo fandom una nuova liberatoria “found family”.
La natura immersiva dello spettacolo deriva dalle limitazioni del piccolo palco originario, che costringeva gli attori ad arrampicarsi sulle impalcature e sulle balconate, mescolandosi tra gli spettatori e, quindi, interagendo direttamente con il pubblico. L’inaspettato trionfo dello spettacolo, lo catapultò, in poche settimane, in uno dei teatri più importanti di Londra, dove conservò comunque il suo stile sperimentale e indipendente, con scenografie e effetti speciali artigianali a basso budget.
L’unicità di Rocky Horror risiede anche nella fedeltà creativa tra le sue due versioni, resa possibile dal fatto che gran parte degli autori, attori e artisti mantenne il controllo sull’adattamento cinematografico, opponendosi alle pressioni a favore di nomi più noti. E così il documentario, con uno stile semplice e sobrio, si sviluppa attraverso interviste ad artisti che, condividono ricordi e dietro le quinte, mostrano una profonda familiarità con entrambi i progetti.
Tuttavia, nonostante l’entusiasmo del pubblico britannico, sia lo show che il picture furono inizialmente un flop negli Stati Uniti, per poi risorgere come fenomeno di “riappropriazione dal basso”. La scelta di programmare The Rocky Horror Picture Show negli orari più economici verso la mezzanotte, trasformò le proiezioni notturne in veri e propri raduni e rituali controculturali. Le sale cinematografiche si animarono di avidi fan in festa, spesso in costume, che davano inizio a sing-along e organizzavano vere e proprie rappresentazioni e coreografie di fronte allo schermo. Il coinvolgimento totale di questi eventi performativi, riportò il film alla sua quintessenza di spettacolo dal vero e celebrazione della vita, rendendo gli spettatori parte integrante dell’esperienza cinematografica.
Per onorare il pubblico, il documentario ha giustamente deciso di dar voce anche alle testimonianze dirette di coloro che facevano parte degli storici fan club o di chi all’epoca è stato influenzato dalla sua natura trasgressiva, tra cui troviamo Trixie Mattel, Jack Black e una professoressa di gender studies.
La tradizione delle proiezioni di mezzanotte rimane tuttora viva in numerosi cinema del mondo, consacrando The Rocky Horror Picture Show come il film con la più lunga programmazione continuativa nella storia del cinema. Richard O’Brian stesso riconosce che ormai né il musical né il film gli appartengono più, ma sono diventati patrimonio della collettività, che diviene così custode dei valori di inclusione, libertà e gioia di cui è simbolo. Strange Journey: the story of Rocky Horror è quindi un dono personale che O’Brian dedica ai fan che hanno amato e vissuto quest’opera per oltre cinquant’anni.
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