Fucktoys di Annapurna Sriram

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Fucktoys di Annapurna Sriram

Come una bolla di chewing-gum rosa che esplode liberando una pioggia di glitter, Fucktoys (2025) irrompe sullo schermo trasformando il kitsch in un’arma estetica e politica. Con il suo esordio alla regia — presentato in concorso al Torino Film Festival — Annapurna Sriram costruisce un universo pop, sporco e seducente, girato in 16mm e attraversato da una patina sgranata e vintage che intensifica la natura artificiale e sensuale del racconto. La fotografia, sospesa tra il realismo underground di Nan Goldin e la teatralità rosa confetto di Juno Calypso, diventa il terreno ideale per indagare desiderio, marginalità e autodeterminazione in un mondo che sembra un gioco, ma in cui la violenza affiora senza preavviso.

Protagonista del film è la stessa Annapurna Sriram, che interpreta AP, una giovane sex worker dall’aria naïf, più vicina a una Barbie che a una vera femme fatale. Dopo un consulto con una sensitiva (Big Freedia), le viene diagnosticata una maledizione che potrà spezzare solo procurandosi mille dollari e sacrificando un agnellino. È questo evento grottesco ad avviare l’odissea di AP attraverso “Trashtown”, un non-luogo sospeso nel tempo e nello spazio, paradossalmente dotato di un proprio fuso orario esposto nella hall di un motel. Con il suo telefono a conchiglia glitterato e un motorino raffazzonato, AP si mette in viaggio accompagnata dalla sua «fiamma gemella» queer Danni (Sadie Scott), un Ken cowboy dal viso costantemente insanguinato. Insieme attraversano ambienti da sogno artificiale: orge coreografate e festini dalle tinte fucsia in immagini che ricordano le pose kitsch di “Made in Heaven” di Jeff Koons.

In questo mondo di perversioni che si travestono da gioco, AP ritrova una fragile tranquillità in una casa senza pareti immersa nella natura, e un’identità che si ripete in piccoli rituali: cambiarsi d’abito per poi indossare sempre gli stessi vestiti, come un’uniforme da cui non riesce a liberarsi. Anche le prestazioni sessuali sembrano svuotate della loro brutalità, ripulite da luci neon e zuccherine che permettono ad AP di attraversare la violenza senza esserne inghiottita, trasformando persino i fluidi corporei in una sostanza blu glitterata, densa e artificiale come una granita.

Lo stesso filtro si estende anche al cibo: «mangiare è così primordiale!», dice AP mentre si abbuffa di donuts, sporcandosi il viso di zucchero a velo. Questa ossessione per il sudicio attraversa tutto il film e rimanda alla definizione di kitsch di Baudrillard: «un’estetica che riflette il nostro desiderio di ordine e bellezza in un mondo sempre più caotico». In Trashtown nulla viene davvero ripulito o riordinato. Persino gli operatori ecologici, vestiti con tute post-apocalittiche e boccioni dell’acqua al posto dei caschi, si limitano a spostare la sporcizia di qualche centimetro, come se nell’ingranaggio capitalista non esistesse più la possibilità dell’ordine.

Fucktoys è, in definitiva, un film profondamente politico, che trasforma la storia di una donna nera che lavora come escort nella rivendicazione di un ruolo che la stessa Sriram desiderava da anni e che l’industria non le ha mai concesso. La fotografia, l’atmosfera e il mondo che ha costruito sono coerenti e sorprendentemente visionari, capaci di rendere pop anche ciò che è più oscuro. Il viaggio di AP sfiora l’autodistruzione, e il finale — meno sviluppato, ma affascinante — lascia una sospensione dolceamara.

E quando AP, di fronte a un cestino trasformato in scultura, esclama «I love trash!», la frase assume la forza di una presa di posizione: non uno slogan, ma il modo più semplice per dichiarare che ciò che viene considerato scarto può diventare linguaggio, immaginario, identità. Fucktoys è un film che rivendica gli emarginati senza romanticizzarli, lasciando che il bagliore dell’estetica camp diventi finalmente uno spazio possibile.

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Pubblicato il:

26 Novembre 2025

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