Blue Heron di Sophy Romvari

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Blue Heron di Sophy Romvari

Che cosa significa essere genitori? Quando intervenire, quando resistere e quando, invece, riconoscere i propri limiti e chiedere aiuto professionale, senza sentirsi in colpa?

In anteprima nazionale al Contemporanea Film Festival, Blue Heron, esordio di Sophy Romvari, si colloca in una zona ambigua tra l’home video e il più sentimentale cinema d’autore: un mosaico di sensazioni e memorie che, come un nostalgico e triste album di famiglia, serve da documento e ricostruzione degli eventi, tra realtà e flebile memoria. Nato come espansione delle tematiche del suo cortometraggio documentario, Still Processing (2020), il film ripercorre l’esperienza infantile della regista, cercando di ricostruire il difficile rapporto della famiglia con l’ineffabile fratello maggiore.

Ambientato nell’atmosfera estiva anni novanta, dai colori chiari, luce naturale e vento leggero, Blue Heron vede una famiglia ungherese trasferirsi su un isola remota vicino a Vancouver nel tentativo di ristabilire la loro serenità quotidiana. Chiuso in sé stesso, il problematico adolescente Jeremy (Edik Beddoes) non sembra, però, trovare alcuna pace nella nuova situazione: si autolesiona, maltratta i genitori, mette in pericolo i fratelli minori, sale di continuo sul tetto, minaccia di incendiare la casa e viene spesso riaccompagnato in manette alla sua famiglia dalla polizia. I genitori cercano disperatamente di comprendere se dovranno ricorrere ai servizi sociali o se questi rischieranno di dividere la loro famiglia.

Intanto, gli altri figli proseguono le loro giornate giocando, rincorrendosi sull’erba, osservando i tramonti e attendendo sui gradini della veranda. Eppure, anche a loro, quella calma normalità pare attraversata da una crisi che nessuno riesce davvero a nominare. Romvari colloca la macchina da presa fuori da una stanza o dietro le finestre della casa, quasi reincarnasse il proprio sguardo da bambina mentre ascolta di nascosto le conversazioni degli adulti, talvolta tese e difficili, altre insulse e quotidiane. Attraverso questa prospettiva laterale, costruita su discorsi frammentari, momenti innocenti o esilaranti dai significati compresi solo in parte, Blue Heron riesce a tradurre esteticamente il funzionamento incerto e rimuginativo della memoria.

Il montaggio procede erratico e vagheggiante, come se tentasse di indagare e inseguire un ricordo sfuggevole quanto il fumo. Il passato appare dolorosamente immobile e, al tempo stesso, inafferrabile. Ogni tentativo di portare alla luce i traumi, i dubbi e i rimorsi della propria famiglia solleva nuovi interrogativi, senza poter offrire una risposta definitiva, ma costringendoci a indugiare nei sentimenti più intensi a lungo repressi. Blue Heron esplora i rischi e i limiti di un legame troppo stretto con i nostri ricordi e le nostre esperienze. Il tentativo ostinato di ricomporre la propria storia familiare, per restituirne un’immagine d’insieme ormai perduta, rischia soltanto di aggiungere sale alle ferite.

Romvari, tuttavia, evita di trasformare il dolore in spettacolo, affidandolo a pianti incontrollati, urla o esagerata disperazione; le sofferenze non vengono romanticizzate né amplificate, ma rappresentate come una presenza sommessa seppur tangibile. Per ricreare queste sensazioni, il film non utilizza una colonna sonora insistente, ma costruisce la propria atmosfera emotiva attraverso i più semplici suoni e i calmi silenzi: gli schiamazzi, il ronzio del tosaerba, i jingle del gameboy, il cigolio delle molle del trampolino, il vento tra gli alberi…

Eppure, è proprio in queste scelte stilistiche e liriche che risiede il limite di Blue Heron: l’intimità delle immagini e l’immersiva vaghezza rischiano di far prevalere l’estetica invece dell’analisi psicologica e comportamentale dei personaggi, sopraffacendo così le ambizioni più profonde del film e facendo scivolare l’introspezione della regista nell’indulgenza. Una simile pecca sembra accomunare il linguaggio visivo di molti recenti film indipendenti — da Aftersun (Charlotte Wells, 2022) a Sound of Falling (Mascha Schilinski, 2025), da La figlia oscura (Maggie Gyllenhaal, 2021) a I ragazzi della Nickel (RaMell Ross, 2024), da Petite Maman (Céline Sciamma, 2021) a Dreams (Dag Johan Haugerud, 2024) — i quali tendono a trasformare il punto di vista idiosincratico e l’acuta sensibilità in moods e vibes.

Lo scopo più autentico di Blue Heron non è comprendere Jeremy, né assolvere o condannare i genitori della regista, ma dare forma a un atto di abbandono emotivo per arrivare a perdonare sé stessi. Il film ha l’effetto di un’avvolgente seduta terapeutica, tanto per Romvari quanto per quel pubblico che risente di simili mancanze e bisogni.

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Pubblicato il:

7 Novembre 2026

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