Possible Love di Lee Chang-dong

Diretto da
Starring
«C’è una cosa molto importante, che noi dobbiamo fare il prima possibile»
«Cosa?»
«Scopare»
Nel 1999, anno di uscita di Eyes Wide Shut, Stanley Kubrick consegnava ai posteri l’eredità di una filmografia estremamente seducente ma radicale e intransigente, proprio come la sua ultima fatica e la battuta con cui si conclude. È l’opera di Kubrick, insieme al cinema di Kieslowski, a fungere da nume tutelare di Possible Love, il nuovo folgorante film di Lee Chang-dong. Se il regista polacco viene invocato – e citato svariate altre volte – dal “non desiderare la roba degli altri” di Decalogo 10 (1989), l’influenza di Kubrick è decisamente più celata, ma nondimeno palpabile.
Suddividendo in due direttrici Possible Love, esattamente come suggerito da Lee Chang-dong – il quale separa le due parti dal tema musicale altresì presente solo all’inizio e alla fine –, percorse rispettivamente dai due coniugi Ho-seok (Sol Kyung-gu) e Mi-ok (Jeon Do-yeon), si possono individuare due anime distinte: quella sociale, storica (il licenziamento, lo sciopero e i successivi scontri sono realmente avvenuti) e, se vogliamo, documentaristica che vede come soggetto Ho-seok e il suo trauma; oppure quella intima, relazionale e quasi onirica che si origina dal vagheggiamento extra coniugale di Mi-ok a cui si riferisce il titolo.
Il prologo, durante la funzione funebre di un ex collega di Ho-seok, pone limpidamente le due questioni in essere: Ho-seok cerca il conforto nell’alcol circondato dagli altri “morti”, ovvero coloro che non sono sopravvissuti alla ristrutturazione aziendale; nel frattempo Mi-ok incontra il ricco e attraente Sang-woo (Jo In-sung), nel momento esatto in cui la fede gli scappa dall’anulare, segno evidente di un matrimonio instabile.
Il genio di Lee Chang-dong consiste nell’intrecciare sapientemente queste due forze in un’unica, densa e sfuggente opera. Nella stessa scena iniziale i due coniugi incontrano il succitato “principe azzurro” Sang-woo e la compagna Ye-ji (Cho Yeo-jeong), filmmaker impegnata nella realizzazione di un documentario proprio sulle conseguenze dei licenziamenti della SsangYong Motor Company. Ne scaturisce una relazione ambigua fatta di desideri inconsci, in cui Ye-ji sfrutta la vicinanza con Mi-ok per studiare il dolore di Ho-seok, mentre Mi-ok accetta l’intrusione della coppia sia per liberare il marito, sia per orbitare attorno all’affascinante Sang-woo.
Il soggiorno nella magione di famiglia di quest’ultimo rivelerà le intenzioni di ciascuno e l’intrinseca incompatibilità delle due coppie, separate da un’eccessiva distanza sociale, incolmabile anche attraverso le capacità empatiche del cinema. Infatti, l’indecisione deontologica e poetica di Ye-ji nei confronti del suo soggetto traspare a più riprese, nei suoi atteggiamenti formali e informali, nell’ostentazione materiale – del vestiario, ma anche del golden retriver chiamato “Blu” ipocritamente come il film della celeberrima trilogia di Kieslowski – e infine, metà-cinematograficamente, nella messa in scena di Lee Chang-dong, a volte dolce e sinuosa, altre mossa e frenetica, allineando pertanto il suo sguardo a quello diegetico delle riprese documentarie di Ye-ji.
L’intento del maestro coreano è evidentemente quello di agitare le acque, in modo tale da evitare il rischio di indurre lo spettatore a conclusioni affrettate o semplicistiche. La lotta di classe che si configura, infatti, non sovrasta l’emergere di sentimenti universalmente condivisibili, delineando quattro personaggi ugualmente tridimensionali, sfaccettati e, ognuno a loro modo, misteriosi. Attraverso una costruzione narrativa perfettamente calibrata, che flirta costantemente con possibili stravolgimenti, Lee Chang-dong accentua gradualmente l’erotismo dell’intreccio.
È su questo terreno che il regista conclude la sua disamina insieme intima e sociale. L’eros diventa così un coagulo dei temi sollevati che indirizza i due finali complementari. Il talamo di Sang-woo e Ye-ji viene inquinato dalla lussuria frustrata; mentre Ho-seok e Mi-ok, al termine del loro viaggio, condividono la stessa brusca ma onesta epifania con cui Kubrick si è congedato dal cinema: l’intimità ritrovata va suggellata tra le lenzuola. È rimasta solo una cosa da fare. E va fatta il prima possibile.
Questa recensione è il capitolo finale di una serie settimanale di articoli dedicati alla poetica del regista e scrittore Lee Chang-dong. Gli appuntamenti precedenti hanno riguardato Secret Sunshine (2007), Poetry (2010) e Burning – L’amore brucia (2018).
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