Scritto da

Sveva Keiko

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«Com’è lì? / È solitario? / Si illumina ancora di rosso il tramonto? / Gli uccelli cantano ancora / sulla strada per la foresta? […] È ora / di dire addio. / Ora, mentre l’oscurità cala, / verrà accesa di nuovo / una candela? / Qui prego / che nessuno pianga, / e che tu sappia / quanto profondamente / ti ho amato. […] Ti benedico / prima di attraversare il fiume nero / con l’ultimo respiro / della mia anima. / Comincio a sognare / una mattina luminosa e soleggiata, / di nuovo mi sveglio, / accecata dalla luce / e ti incontro / in piedi accanto a me.»

Il corpo di una giovane ragazza viene trasportato dalla corrente di un fiume. Sulle rive dell’Han, in una cittadina isolata nella provincia del Gyeonggi, l’anziana badante Mi-ja Yang (Yoon Jeong-hee) vive col nipote adolescente Wook (Lee Da-wit), maleducato e incurante. La madre del ragazzo lavora a Busan, tenendola lontana fisicamente ed emotivamente dalla famiglia; lui, chiaramente colpito dalla situazione, mostra  diversi segni di depressione, ignorati il più possibile attraverso la vita di gruppo che conduce con gli amici del liceo. È con questi che,  per diverso tempo, stupra e bullizza una compagna di classe, Agnes , portandola allo stremo  – e alla decisione di suicidarsi. 

Mi-ja è un’anziana curiosa, sprizza giovinezza da ogni poro e si esprime liberamente nel vestiario e a parole, lasciando trasparire un’innocenza fanciullesca e sviluppando una meravigliosa tendenza ad apprezzare le piccole cose della vita. Interessata alla scrittura, si iscrive a un corso di poesia dopo aver scoperto di essere affetta da demenza senile, ricordando vecchie speranze della madre riposte nel suo animo poetico. Qui scopre uno sguardo che le permette di scoprire ciò che ha sempre visto, iniziando a osservarlo in profondità, alla ricerca della bellezza che fa da base alla ricerca creativa.

La morte si catapulta nella vita dell’anziana senza enfasi o rumore, quasi a dichiarare la sua presenza come elemento imprescindibile che il paesaggio accoglie in silenzio. Né la natura, né tantomeno la cittadina in cui piomba paiono batter ciglio: le lezioni riprendono, i negozi continuano a vendere i prodotti locali, la vegetazione rimane immobile sulle rive. Eppure, la tragedia umana è lì  — ma perché nessuno se ne rattrista?  Il ritrovamento del cadavere (non casualmente scelto dal Lee Chang-dong come sequenza iniziale del film) si figura come il momento di incrinazione nella mente di Mi-ja  — probabilmente già malata in precedenza, certo, ma in rapido declino da qui in poi  — introducendo nella sua vita una violenza che non riesce a integrarsi nella sua immagine onirica di esistenza, legata alla semplice e poco pretenziosa armonia delle forme naturali.

Poetry di Lee Chang-dong

«L’albicocca si getta a terra. / Viene schiacciata e calpestata, / in vista della sua vita successiva.»

Man mano che la malattia progredisce (e nel tentativo di bloccare all’esterno il dolore del lutto recente), la natura libera di Mi-ja si riflette e interseca con quella del paesaggio che la circonda: distese di erba alta e boschi ventosi avvolgono il suo animo e la attirano, la chiamano, portandola, nell’obbligo smemorato della malattia, a ritrovarsi sempre tra le piante. La sua vena caritatevole e solare trova spazio nei fiori che teneramente ama; la sua dolcezza nelle mature albicocche della fattoria di Agnes, unico pasto che consuma personalmente all’interno del film – nonché l’unico che non cucina lei per la famiglia, ma che il mondo che la circonda le offre in modo non totalmente gratuito. Ogni piccolo piacere che la donna si permette  — le partite di badminton col nipote, il corso di poesia, il karaoke e così via  — arriva ai suoi piedi con un caro prezzo da pagare: la perdita della memoria (temporanea oppure no) e l’accettazione di una umiliazione da chi le sta intorno. Vittima perenne della vergogna causata dal suo lavoro alle volte degradante e dalle azioni violente di Wook, la dignità dell’anziana non viene risparmiata in alcuna interazione, imprigionandola in situazioni spiacevoli da cui uscire pare quasi impossibile.

Paradossalmente  — in un contesto esplicitamente psicomagico  — la demenza risulta essere l’unica via di fuga possibile, rendendo la strada per la libertà dell’anziana via via più percorribile. La sua figura si fa dunque sempre più eterea nella sua improbabile estraneità ad ogni luogo e relazione che visita, fluttuando sulle conversazioni come una farfalla in cerca di polline, tratto distintivo di molti personaggi amati dal regista. Nel cinema di Lee, gli spazi ampi non fanno mai soltanto da sfondo all’azione  — né tantomeno si figurano come rifugio dalle difficoltà e contraddizioni, che inondano ogni luogo con la loro silenziosa pesantezza  — ma si presentano piuttosto come personaggi a sé stanti, infestanti ed invasivi, che accompagnano le persone senza consolarle.

Il caso pare ricondurre sempre la donna sui passi di Agnes: dopo essere scesa dall’autobus nel mezzo di un’autostrada viene ricondotta al bosco dal vento, il quale, portandole via il cappello e gettandolo nel fiume che scorre sotto al cavalcavia, la trascina nella selva al tentativo di recuperarlo; così, quasi teletrasportata nel verde infinito delle sponde del corpo d’acqua che ha inghiottito la giovane, cerca l’ispirazione per il suo poema, riuscendo tuttavia a riempire il suo taccuino solamente di gocce di pioggia. Dopo aver consegnato la sua poesia al maestro, la confusa stanchezza la accoglie nel fiume.

Poetry di Lee Chang-dong

«Il tempo passa e i fiori appassiscono.»«Il tempo passa e i fiori appassiscono. / Il suono degli uccelli che cantano, / cosa stanno cantando?»

I giorni di Mi-ja galleggiano sulla superficie della narrazione, giudice neutrale di una moralità a dir poco ambigua. Così, la regia sospesa di un ormai maturo Lee Chang-dong decide arbitrariamente di non risolvere alcun quesito posto nel film, contrastando l’idea di narrazione che pone basi nell’interesse moralmente interattivo dello spettatore – il quale si aspetterebbe di vedere le situazioni rappresentate raggiungere un qualche tipo di apice risolutivo – e portando dunque sullo schermo un linea temporale al contempo lineare ed arzigogolata, priva di apici climatici o finali terminali, proiezione figurativa della mente in declino dell’anziana, non più conscia delle sue azioni nella loro totalità. La sequenza conclusiva – così poco esplicativa da trascendere anche la definizione di “finale aperto” – trova quindi la sua dimensione ultima nella stasi più immersiva: nonostante abbia consegnato la legge il nipote, a Mi-ja non è permessa la catarsi tendenzialmente prevedibile in un’opera con questi presupposti, ma è condannata a sua volta a vivere nel limbo liminale di una mente divisa tra i sensi di colpa e il vuoto dell’amnesia involontaria.

 

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Pubblicato il:

24 Ottobre 2026

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