Secret Sunshine di Lee Chang-dong

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Tu credi in un essere divino, e in questa cosa che chiamiamo umanità. Non sei mai riuscita a convincermi. Non ho mai potuto credere nell’esistenza di un essere che veglia su di noi con amore totale. Non riuscivo nemmeno ad arrivare alla fine del Padre Nostro senza che le parole mi si inaridissero in gola. “Perdonaci i nostri debiti, come anche noi perdoniamo ai nostri debitori”. Io non perdono nessuno, e nessuno perdona me.
Scrive la premio Nobel Han Kang parlando del massacro del Gwangju in Atti Umani.
In attesa dell’imminente uscita di Possible Love, la redazione di Strade Perdute ha deciso di dedicare uno spazio settimanale alla poetica del regista e scrittore Lee Chang-dong. Tra le sue prime opere ad aver suscitato interesse internazionale vi è Secret Sunshine (Miryang, 2007), nel quale il razionalista Lee si interroga su come la presenza invisibile della luce divina nel mondo possa offrire conforto o tormentare un anima in pena.
La storia ha inizio quando la giovane vedova Shin-ae si trasferisce con il figlio Jun nella città natale del defunto marito, la rurale Miryang, il cui nome cinese significa “luce segreta” o “raggio di sole nascosto”: il positivo Yang più celato. Sin da subito, sembra che Shin-ae sia fuggita dalla caotica Seoul e dai suoi incessanti neon con l’intento di far rinascere la propria vita. Tuttavia, appena arrivata nella tranquilla comunità, in un maldestro tentativo di portarvi il lume della modernità ed essere ben accolta, già suggerisce a una vicina di ridipingere la sua boutique “troppo cupa” così che riceva meglio la luce del sole.
Il suo voler illuminare e rendere visibile ogni zona d’ombra viene subito messo a confronto con una luce dalla natura diversa: quella cristiana. Invitandola ad unirsi alla congregazione evangelica locale, infatti, una farmacista sostiene che l’unica cura contro le tenebre della morte sia trovare Dio: “La volontà di Dio è presente persino in quel raggio di sole”. Ma per Shin-ae la luce non è altro che la sua dimensione fisica; e così la donna le chiede: “Forse tu credi solo in ciò che puoi vedere? Dubiti di ciò che non vedi?”, spingendola a ribattere: “Non credo nemmeno a tutto ciò che vedo”.
L’astratta domanda sulla fede si trasforma improvvisamente in un’angoscia reale: Shin-ae ha perso di vista Jun. La paura, però, si rivela futile in un semplice e consueto gioco di nascondino tra madre e figlio, nel quale Shin-ae finge di non vederlo.
Fingere e nascondere. Jun si finge addormentato, imitando il russare del padre, e Shin-ae finge di non saperlo. La madre lo costringe a prendere lezioni di dizione così da nascondere il suo vero accento cittadino. Shin-ae racconta di un marito buono e perfetto, mentre in realtà la coppia era distante e infedele.
Il gioco domestico del pretendere, del dissimulare e del cosa si sceglie di non vedere assume progressivamente una dimensione sociale, che rimanda alla tendenza della società sudcoreana a occultare le difficoltà economiche e i fallimenti individuali. Shin-ae, pur di non essere compatita come una triste vedova in bisogno d’aiuto, difatti, si finge interessata all’acquisto di proprietà terriere nella zona. Ma la sua falsa ostentazione di benessere attira a sé attenzioni indesiderate, e così Jun scompare veramente, rapito in cambio di un riscatto che Shin-ae non può più fingere di non vedere.

Anche nella sua pellicola successiva, Poetry (2010), Lee Chang-dong associa luce, visione e il fingere di vedere o non vedere al pericolo dell’oscurità. Nel film, l’anziana protagonista affetta d’Alzheimer prende alla lettera le parole del suo insegnante di poesia: “Per scrivere una poesia, bisogna vederci bene“. Così, la donna sceglie di portare alla luce la violenza sessuale subita da una ragazzina per mano di suo nipote e di un gruppo di giovani, celati e protetti dalla comunità. Nel suoi versi finali, la donna scrive di un risveglio provocato dalla troppa luce: “Spero di risvegliarmi in una mattina luminosa, per poterti incontrare di nuovo con gli occhi abbagliati”.
In Secret Sunshine, invece, la luce della verità non è un’autentica manifestazione, bensì il prodotto di una società performativa pervasa di occultamenti e rivelazioni. Shin-ae aveva cercato un mondo più genuino e accogliente nella realtà terrena e rurale, eppure è proprio nascosto nelle sterpaglie fangose a bordo di un fiume che viene ritrovato il corpo di Jun, al buio e invisibile alla camera.
Nel suo ulteriore lutto, Shin-ae viene accolta dalla comunità evangelica e si abbandona completamente alla luce di Dio. Tuttavia, Lee Chang-dong non ritrae il credo religioso come l’accendersi di una lampadina né come un’agognata risposta, ma piuttosto in quanto forma ancestrale di teatralità: uno spettacolo collettivo le cui parole possono essere egualmente recitate con fede o con finzione. Come mostrato dal film, il cristianesimo è in continua diffusione in Corea, intrecciandosi profondamente alle vicende sociali e politiche del Paese. La religione organizzata viene però considerata soprattutto per la sua funzione sociale conformante: una comunità che aiuta a migliorarsi e dona conforto, fungendo non tanto da dogma, ma da immediato rimedio, simile a un cerotto per ogni male.
Shin-ae decide quindi di visitare in prigione l’assassino del figlio, per donare anche a lui la luce di Dio, suscitando, però, lo stupore delle altre fedeli che non comprendono perché sia necessario vederlo per riuscire a perdonarlo nel proprio cuore.
Ma l’uomo è già rinato nella fede. Non supplica il suo perdono: lo ha già ottenuto da Dio. Sentendosi tradita dal divino, Shin-ae si rende conto che il suo percorso interiore, il suo dolore e le sue difficili decisioni sono ormai superflue. La luce cristiana si è rivelata più accecante dell’oscurità. Nel suo risentimento e inasprito dolore, Shin-ae decide quindi di sedurre il marito della farmacista e nel peccato, sdraiata in un campo come il figlio morto, fissa inespressiva il cielo, sfidando Dio.

Con questa ambivalente e sottile critica, Lee Chang-dong suggerisce che non esista finzione peggiore della fede, pur riconoscendo come alcune bugie possano talvolta apparire necessarie. La verità non può essere collocata fisicamente né in cielo né in terra e — come la luce che viene assorbita da ogni superficie con diversa sfumatura — ogni personaggio potrà interpretarla o sfruttarla in modo differente. Shin-ae si è tormentata per ciò che è invisibile, ma alla fine sceglie di riprendere le redini della propria vita e di preoccuparsi soltanto del terreno sotto i propri piedi.
Mentre l’immagine iniziale del film mostra il cielo rischiarato e luminoso osservato da Jun, negli ultimi attimi la macchina da presa si volta verso la luce del sole che batte su un insignificante angolo di terra arida. “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu.”. Ma la luce pare nascondersi e, quando viene trovata, acceca.
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