Appena vivere / Vivere appena di João Canijo

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Appena vivere / Vivere appena di João Canijo

A pochi mesi dalla morte di João Canijo, l’operazione di distribuzione minimale del suo dittico Appena vivere / Vivere appena (2023) assume sfumature inevitabilmente testamentali. Tra i principali autori dell’ultima generazione lusitana insieme a Pedro Costa e Miguel Gomes, il regista portoghese è scomparso improvvisamente lo scorso gennaio, lasciando incompiuta la sua ultima opera – completata dal figlio potrebbe comunque vedere la luce durante la prossima Mostra di Venezia –, ma consegnando ai posteri una delle operazioni cinematografiche di maggior spessore del recente passato.

A partire da un impianto teatrale imbevuto di Strindberg, Ibsen e Čechov, ma continuamente attraversato da pulsioni cinematografiche – dalle finestre hitchcockiane alla specularità del Smoking/No Smoking (1993) di Resnais, citato sin dalla locandina –, Canijo architetta un dittico di opere sì indipendenti, ma così spontaneamente intrecciate da necessitarsi l’un l’altra per far deflagrare il sublime nichilismo che le contraddistingue. Sin dai titoli, infatti, la vita immaginata da Canijo è faticosa, molesta, maledetta. Un mal di vivere che coinvolge, senza esclusione alcuna, i membri della famiglia gestrice dell’hotel che fa da set esclusivo alle vicende, così come i vari avventori che lo popolano: i primi sono i protagonisti di Appena vivere; i secondi, presenti solo come voci fuori scena nella prima parte, salgono sul proscenio in Vivere appena.

È proprio questa alternanza tra campo e fuoricampo, così come l’insistenza di Canijo nell’isolare i personaggi, non permettendo loro mai di abitare l’inquadratura simultaneamente, a fornire delle coordinate spaziali all’incomunicabilità che appesta qualsiasi relazione ritratta. L’albergo stesso, già simbolo di coesione forzata di organismi autonomi, diventa un microcosmo surreale dell’esasperazione, un «inverno eterno» che si fa inferno in terra. Al suo interno, il dolore si riverbera sulle pareti come un’eco incessante, finendo così per manifestare i meccanismi attraverso i quali si eredita e si tramanda da una generazione all’altra.

Epicentro della riflessione sull’agonia di esistere è la famiglia, istituzione che origina e reitera un circolo vizioso fatto di ansie, ossessioni, tormenti e disfunzioni. Con brutale accanimento, il regista portoghese dipinge nuclei familiari quasi esclusivamente femminili, mortificando biologicamente la maternità – travaglio fisico e mentale accostato ripetutamente a infertilità, aborto e depressione post-partum – e negando così la naturalezza di qualsiasi legame genitoriale.

I concetti di Heimlich e Unheimlich, nella riflessione di Canejo, finiscono così (proprio grazie all’ultimo episodio di Vivere appena) per intersecarsi con la mancanza di libero arbitrio: ognuno di noi è l’insieme dei traumi e delle cicatrici ereditate dai nostri genitori. Un destino inevitabile che rende la famiglia una mera fabbrica di marionette senza vita, manovrate non da fili, ma da catene della colpa.

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Pubblicato il:

6 Agosto 2026

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