The Echo Chamber di Andrea Pallaoro

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The Echo Chamber di Andrea Pallaoro

C’è un’eco che percorre l’intero appartamento di The Echo Chamber. Si diffonde nello spazio e attraversa i personaggi come il ricordo di qualcosa che è stato. È il riverbero di una presenza che continua a vivere anche quando quella presenza viene a mancare. Andrea Pallaoro costruisce intorno a questa sensazione un film che parla di amore, dipendenza e autodistruzione, muovendosi dentro uno spazio chiuso dove i ricordi sembrano avere più peso delle persone che lo abitano. Presentato in concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, The Echo Chamber nasce dall’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci insieme a Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini e che, a loro volta, hanno accompagnato Pallaoro nel lavoro sul testo ereditato, permettendogli di confrontarsi con una storia nata anni prima e di portarla sullo schermo attraverso il proprio sguardo. Nella regia di Pallaoro rimane così la traccia di un progetto appartenuto a Bertolucci, con i suoi temi e le sue ossessioni.

Bertolucci lavorò alla sceneggiatura in una fase della sua vita segnata da gravi problemi alla schiena, un dolore che appartiene anche a Leo (Luca Marinelli). Il legame assume così una dimensione quasi autobiografica: la sofferenza del regista passa dalla pagina al personaggio. Il dolore diventa materiale da trasformare in arte, da attraversare invece di fuggire. Leo è un produttore discografico tormentato, alle prese con una dipendenza da farmaci e con una difficoltà quasi assoluta a lasciarsi conoscere. Anne (Alicia Vikander) è una fisiatra che entra nella sua vita attraverso il proprio mestiere e finisce per instaurare con lui una relazione sentimentale. Attorno a loro si muove Ava, la cantante interpretata da Susan Sarandon, presenza che complica ulteriormente il sistema di relazioni all’interno dell’appartamento.

Leo è un personaggio ermetico, che trattiene e nasconde. La sua sofferenza sembra aver scavato una distanza tra sé e il mondo, fino a trasformare l’isolamento in una sorta di rifugio. Un riferimento a Narciso può allora essere letto nella sua dimensione più interiore, Leo vive ripiegato dentro se stesso, intrappolato nei propri pensieri e nel proprio dolore, incapace di guardare oltre la propria dimensione emotiva. Il suo è un mondo chiuso in cui gli altri faticano a trovare spazio. Anne sembra muoversi lungo una traiettoria opposta. Il suo mestiere la porta a prendersi cura del corpo degli altri e questa disposizione finisce per entrare anche nella relazione con Leo. Cerca di aiutarlo, di raggiungerlo, forse anche di rendersi necessaria per lui, e il film si muove così lungo una linea sottile tra cura e amore, mostrando come il desiderio di salvare qualcuno possa diventare una forma di annullamento di sé.

Il mito di Eco e Narciso può regalare una delle letture più interessanti del film, senza esaurirne il significato. Eco è condannata a non possedere una voce propria, può soltanto ripetere quella degli altri. Il suo desiderio per Narciso la porta a consumarsi, fino a lasciare di sé soltanto un riverbero. Anne sembra ricordarla nella progressiva difficoltà a distinguere il proprio bisogno da quello dell’altro. I due finiscono così per occupare posizioni differenti rispetto alla stessa solitudine, e nel titolo del film pare risuonare anche la natura del loro rapporto. The Echo Chamber può evocare Eco, certo, ma anche qualcosa che continua a rimbombare dopo che una voce ha smesso di parlare. Il racconto pare interessato proprio a questo, ai riverberi lasciati dalle persone che ci hanno toccato e che continuano a vivere dentro di noi, attraverso ricordi e assenze.

Pallaoro traduce questa sensazione anche attraverso lo spazio e gli oggetti. L’appartamento è il vero mondo dei protagonisti, un luogo dal quale sembra impossibile sottrarsi, e il formato 1.2:1 accentua la claustrofobia. Fuori rimane un mondo quasi invisibile, mentre ogni gesto acquista peso nell’ambiente domestico. Un cuscino, una sciarpa, una tazza rotta e poi aggiustata diventano tracce di bisogni, desideri e rapporti di controllo. Anche la musica entra in questa riflessione. Durante i primi momenti in cui Anne e Leo si stanno conoscendo, è Anne a chiedergli: «Qual è il contrario della musica: il rumore o il silenzio?». La domanda rimane sospesa e sembra toccare il cuore del film, dove l’eco vive nello spazio tra una voce e il suo ritorno, tra ciò che viene detto e ciò che continua a risuonare dopo.

The Echo Chamber costruisce così un universo segnato dalla difficoltà di interrompere certi meccanismi emotivi. Il dolore torna e si deposita nei rapporti, negli oggetti e negli spazi. Anche i momenti di felicità sembrano portare con sé traccia di tristezza, come se la possibilità di stare bene restasse sempre sormontata dalla paura di perdere nuovamente ciò che si è trovato. La parte finale tende però a rallentare ulteriormente il ritmo e alcune scelte di messa in scena rendono meno incisiva la conclusione. La tensione accumulata nel corso della storia avrebbe forse beneficiato di una resa più netta, capace di accompagnare il percorso dei personaggi senza dilatarne gli ultimi passaggi. Resta comunque un film attraversato da una domanda precisa: che cosa rimane di noi quando l’altro non c’è più? The Echo Chamber prova a rispondere guardando all’amore attraverso la sua parte più fragile, quella che cura e quella che può consumare. L’eco del titolo diventa allora la voce di ciò che continua a tornare, dentro una casa, dentro un ricordo, dentro di noi.

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Pubblicato il:

15 Settembre 2026

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