The Drama di Kristoffer Borgli

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The Drama approda sul grande schermo sospinto dall’entusiasmo del pubblico per la coppia formata da Robert Pattinson e Zendaya: tra interviste e attenzione mediatica, lo star power dei due attori basta da solo a scatenare la curiosità e riempire le sale. Si entra per loro, ma se ne esce spiazzati, lasciandosi alle spalle ogni aspettativa per fare i conti con un’opera che si rivela tutt’altro che ordinaria.
The Drama inizia come una classica rom-com – di quelle che, nell’immaginario collettivo, avrebbero avuto il volto di Hugh Grant – salvo poi deviare progressivamente e prendere una direzione inattesa. Il film scardina le convenzioni, trasformandosi in una commedia nera dai tratti grotteschi, un ibrido che rifiuta di farsi incasellare ma che mantiene una sorprendente coerenza interna. Si ride, e anche parecchio, ma non è mai una risata dettata dalla leggerezza: l’ilarità nasce per contrasto, dall’assurdità delle situazioni e dal disagio che generano, mentre le tematiche si fanno via via più cupe e serie.
È proprio in questo equilibrio che The Drama trova il suo epicentro. Non è un film che funziona per la sua mera eccentricità, ma perché guidato da un estremo rigore. Ogni scelta formale sembra necessaria, ogni elemento millimetricamente calibrato. Il risultato restituisce una sensazione di proporzione armonica in cui è difficile individuare sbavature o margini di modifica: l’opera dà costantemente l’impressione di essere stata pensata, e realizzata, nella sua forma definitiva, un meccanismo perfetto che, nella sua interezza, risulta sorprendentemente intoccabile.
Era da Marriage Story (2019, Noah Baumbach) che le dinamiche di coppia, pur muovendosi su coordinate molto diverse, non venivano raccontate con una simile brillantezza. Se Baumbach ricercava una verità quasi invisibile, fatta di osservazione diretta e realismo puro, Borgli mantiene intatta l’aderenza emotiva ma la deforma attraverso una lente più esplicita e straniante. A cambiare in modo radicale è soprattutto il tono: se Marriage Story è un dramma viscerale e continuo, qui la materia narrativa viene spinta verso un’assurdità controllata che non ne riduce la verità, ma, al contrario, la rende ancora più precaria.
Il regista costruisce il film attorno a un interrogativo fondamentale: quanto è autentico un rapporto, e quanto, invece, è il frutto delle distorsioni del mondo che lo circonda. La fiducia, la manipolazione, il peso del giudizio esterno diventano forze che agiscono costantemente sui personaggi, ridefinendone percezioni e comportamenti.
Attorno a questo nucleo si muove un contesto più ampio, intriso di tensione, che richiama le nevrosi e le fragilità dell’immaginario americano contemporaneo: dipendenze e disagi giovanili restano sullo sfondo, ma contribuiscono a contaminare e rendere più instabile ciò che accade in primo piano.
A cementare questa complessa architettura interna interviene soprattutto il montaggio, vero fiore all’occhiello del film. I ricordi, i discorsi e i pensieri prendono forma rifuggendo la piattezza di flashback esplicativi, elevandosi a sintassi visiva: una vera e propria traduzione per immagini della psiche dei personaggi. I frammenti più brevi restituiscono l’imprecisione del ricordo, mentre altre sequenze si dilatano fino alla sospensione, trasformando la memoria in racconto. In tal senso, le digressioni temporali, insieme alle proiezioni dell’immaginazione dei personaggi, finiscono per prendere il posto della voce narrante o dei dialoghi interiori, diventando la prospettiva attraverso cui il film costruisce il proprio punto di vista.
In questo comparto tecnico si avverte il lavoro di Kristoffer Borgli, che oltre a dirigere e scrivere si occupa anche del montaggio nei suoi progetti; pur non firmando direttamente l’editing di The Drama, la sua sensibilità ritmica è evidente nella costruzione del film. Il lavoro di Joshua Raymond Lee si rivela brillante, capace di dare respiro con precisione e forza a un meccanismo narrativo complesso, integrandosi perfettamente con l’identità dell’opera.
Su questa solida struttura si innesta una recitazione compatta e credibile. Pattinson e Zendaya riescono a costruire un’intimità autentica, fatta di complicità, abitudini e attriti. È proprio questa naturalezza a rendere i personaggi allo stesso tempo affascinanti e respingenti, capaci di generare empatia ma anche un senso di fastidio difficile da ignorare. Anche i comprimari, pur con poco spazio scenico, risultano precisi e riconoscibili, contribuendo a dare al film la sensazione di un mondo pienamente vissuto.
Questa coerenza complessiva inscrive The Drama in una linea sempre più riconoscibile del cinema contemporaneo: quella di un cinema scandinavo che utilizza i mezzi hollywoodiani senza lasciarsi assorbire, servendosene come strumenti senza rinunciare alla propria identità. Non si tratta di un adattamento o di un compromesso commerciale, ma di una trasposizione di sguardo.
Borgli prosegue un discorso filmico che dialoga idealmente con quello di Ruben Östlund, che da Force Majeure (2014) a The Square (2017), fino a Triangle of Sadness (2022), ha esplorato con la stessa lucidità l’assurdo delle dinamiche sociali.
Più che singoli casi, si conferma così la presenza di un movimento sempre più definito: un cinema capace di preservare la propria radicalità anche quando cambia scala e compie il salto verso l’industria hollywoodiana, trovando in essa non un limite, ma un mezzo.
Esattamente come il deragliamento narrativo che mette in scena, la forza di The Drama arriva quasi in sordina, per poi imporsi con intensità e fermezza. Un film che non ha bisogno di dichiararsi per lasciare un segno profondo; un’opera così precisa e compiuta da risultare difficilmente replicabile.
E quando scorrono i titoli di coda, superato il senso di vertigine, rimane addosso una sensazione tanto semplice quanto disarmante: il desiderio che duri ancora un po’.
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