Don Chisciotte di Fabio Segatori

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Fabio Segatori affronta un’impresa che la Settima Arte rincorre da decenni e che, quasi sempre, finisce per sfuggirle di mano: trasporre Don Chisciotte in immagini senza tradirne la natura sfuggente, febbrile e profondamente letteraria. Non è un caso che attorno alla figura del cavaliere errante si siano cimentati registi come Orson Welles, Terry Gilliam. Quella di Cervantes è un’opera che sembra destinata ai folli – come ha dichiarato lo stesso protagonista Alessio Boni – e forse, proprio per questa incosciente ostinazione, il film di Segatori riesce a trovare una propria autenticità.

Dietro il progetto sono presenti cinque anni di lavoro e una produzione indipendente costruita lontano dalle logiche industriali più soffocanti. Un film sostenuto dal passaparola e dalla libertà di scegliere collaboratori capaci di condividere un’idea di cinema concreta e artigianale. Questa dimensione materica attraversa ogni inquadratura: la polvere, il vento, le rocce e i corpi stanchi smettono di essere sfondo per farsi tessuto vivo e integrante del racconto.

Il regista immagina la nascita di Don Chisciotte come il frutto di una mente sospesa tra dolore, memoria e delirio. Un Miguel de Cervantes, segnato dalle ferite riportate dopo la battaglia di Lepanto, langue in un limbo febbricitante, dove realtà e immaginazione iniziano lentamente a confondersi. Da questo stato incerto prende forma Don Alonso Quijano, uomo consumato dai libri e dalle storie cavalleresche fino al punto di reinventare completamente sé stesso. La trasformazione nell’Hidalgo della Mancia non viene raccontata come semplice pazzia, ma come una necessità interiore. Più che forzare un esplicito parallelismo tra autore e personaggio, Segatori lascia emergere un legame sottile tra i due: Cervantes sembra riconoscere nella propria creatura la stessa fragilità, lo stesso bisogno ostinato di immaginare un mondo diverso. In un suggestivo gioco di specchi, il regista finisce per riconoscersi nel suo protagonista. Non per una volontà autobiografica, ma perché nel cavaliere errante ritrova un timore profondamente personale: la paura di perdere i propri libri, la necessità di continuare a credere nell’immaginazione quando tutto intorno minaccia di negarla.

Girato tra il sud della Basilicata, nella zona dei calanchi, e la Calabria cosentina, il film trasfigura il Sud Italia in un territorio sospeso tra realtà e mito. L’aridità quasi lunare dei calanchi riflette l’interiorità dei personaggi, mentre castelli medievali a picco sul mare, spiagge incontaminate e distese bruciate dal sole si stagliano fuori dalle coordinate tempo.

La scelta del protagonista è decisiva. Già interprete teatrale del personaggio, Alessio Boni lavora completamente per sottrazione. L’attore non cerca mai la caricatura del folle visionario; al contrario, costruisce un uomo fragile, quasi infantile, con occhi pieni di innocenza. La voce, la postura e lo sguardo raccontano una nobiltà mai retorica, ma profondamente umana. Boni riesce a far percepire anche la fatica fisica del viaggio, il peso reale del corpo in un paesaggio dove ogni passo trasuda realtà. Al suo fianco, il Sancio Panza interpretato dal pastore sardo Fiorenzo Mattu diventa molto più di un semplice comic relief. Il personaggio è soprattutto l’àncora concreta del racconto, il contrappunto materico alla follia idealista del cavaliere. Il loro sodalizio, fatto di promesse impossibili e fiducia reciproca, costituisce il cuore emotivo del film.

Il sostrato dell’opera si palesa poi con alcune battute che rimangono impresse. «Gli infelici continuano a chiedere aiuto, mentre i più fortunati si tappano le orecchie. I cavalieri erranti esisteranno sempre». In queste parole c’è la sintesi di tutto il fine poetico di Segatori: l’idea che esistano ancora uomini disposti a combattere battaglie “inutili” pur di non arrendersi all’indifferenza. Anche per questo il riferimento a Francesco Guccini appare inevitabile: «Il potere è l’immondizia della storia degli umani / e anche se stiamo soltanto due romantici rottami / sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte». È un passaggio che dialoga perfettamente con l’anima del film, perché questo Don Chisciotte appartiene di diritto a quella stirpe di “romantici rottami” incapaci di accettare il cinismo del presente.

Questa strenua difesa trova forza anche nella concreta tangibilità con cui viene messa in scena l’immaginazione. Ne è l’emblema la costruzione di un vero mulino a vento funzionante, una struttura di dodici metri alle cui pale Alessio Boni è stato realmente agganciato e filmato mentre volteggiava a testa in giù nel cielo. Un gesto quasi folle, profondamente fisico, che racconta bene la natura dell’intero progetto. Segatori insiste continuamente sulla fragilità del suo protagonista, mostrandolo sfinito, smarrito, vulnerabile. Eppure l’eroe continua a rialzarsi, continua a inseguire utopie che il mondo irride. Sotto questa luce, l’allegoria si fa metacinematografica: il film parla anche del cinema indipendente e di chi continua ostinatamente a praticarlo contro ogni logica di mercato. C’è una scena, in particolare, che sembra racchiudere il senso profondo dell’opera. Un musicista suona una viola da gamba davanti ad un’abside abbandonata e Don Chisciotte si commuove in silenzio. In mezzo alle rovine, sopravvive ancora qualcuno capace di custodire la bellezza. È un momento semplice ma contiene l’intero sguardo del film: la convinzione che arte e immaginazione possano ancora opporsi all’aridità del reale.

Per questo Don Chisciotte funziona soprattutto quando smette di interrogarsi sulla fedeltà al romanzo di Cervantes e sceglie invece di diventare un viaggio dentro il bisogno di continuare a credere nei sogni anche, e soprattutto, quando appaiono ridicoli. Fabio Segatori realizza un’opera sincerissima, libera, attraversata da un amore autentico per il personaggio e per ciò che rappresenta ancora oggi. Don Chisciotte continua a combattere contro i mulini a vento non perché possa vincere, ma perché arrendersi significherebbe smettere di immaginare un mondo diverso.

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Pubblicato il:

18 Maggio 2026

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