L’estranea di Paolo Strippoli

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Alice (Romana Maggiora Vergano) è una studentessa di moda e vive da sola, a Roma, lontana dalla Bari in cui è cresciuta e ha lasciato tutto. In una giornata piovosa si trova ad ospitare la madre Anna (Jasmine Trinca), presentatasi senza preavviso con l’ambigua pretesa di essere ascoltata in un racconto misterioso, imbastito per raccontare alla figlia ormai adulta la “vera” storia della loro famiglia. Partendo dunque dal trasferimento dei Colonna in Puglia durante il picco di vendite del loro brand di indumenti di lusso, la donna imbastisce una narrazione ai limiti dell’assurdo, incentrata sulla enigmatica apparizione di una estranea (Valeria Bruni Tedeschi) – crasi indecifrabile tra una persona e una figura demoniaca – che si presenta ad Anna ogni qualvolta un suo familiare sta per perdere la vita, proponendole di barattare la sua sopravvivenza con la morte di qualcun altro.
Il regista Paolo Strippoli mette in scena così un thriller italiano, che, oltre all’ambientazione, di quest’ultimo attributo non conserva molto: abilissimo nella ricreazione dello stile popolarmente statunitense di regia di genere, l’autore riesce a dare forma a una storia radicata profondamente nella cultura nostrana – mostrando la parabola di una famiglia benestante in pieno periodo berlusconiano, fino alle crisi economiche e ai giorni nostri – mantenendo però un’impronta estremamente internazionale (sicuramente uno dei motivi che gli ha permesso di essere selezionato per rappresentare il nostro Paese ai prossimi Premi Oscar). Come successo in passato per le opere connazionali in concorso nella stessa categoria (ne è un esempio lampante La grande bellezza di Paolo Sorrentino) l’immagine dell’Italia che viene restituita è quasi unicamente apprezzabile da uno sguardo straniero, essendo idilliaca, esagerata e di rappresentanza esclusivamente intellettuale e borghese; le grandi dimostrazioni di amore patriottico, inoltre, ostentato in segmenti legati ad avvenimenti importanti per la nostra cultura come la vittoria ai Mondiali del 2006 e nell’esaltazione dello stato economico nazionale, risultano posticci per chi, anno per anno, ha vissuto i cambiamenti politici e da un punto di vista non solo interno, ma anche meno principesco. Nel guardare le peripezie della famiglia Colonna si viene dunque distratti da un senso di rabbia che scaturisce dalla ingiusta disconnessione dalla realtà con cui le classi benestanti di cui fa parte navigano la vita italiana, sottolineato in maniera a tratti forzata dai disagi e le tendenze autolesioniste che i suoi componenti dimostrano. La potenza soprannaturale che permette all’estranea di giostrare le disgrazie che dilagano nella casa di Alice giustificano infatti solo parzialmente le reazioni spropositate delle sue vittime, le cui azioni e morti possono apparire un po’ posticce ed affrettate.
Va tuttavia evidenziata la grande forza della messa in scena, che, malgrado i difetti di scrittura prevedibili nelle prime opere ancora un po’ acerbe (soprattutto nel trattare periodi storici delicati come quello preso in esame), riesce con grande facilità ad intrattenere e interessare anche il pubblico meno appassionato al genere. Le precise scelte di rappresentazione audiovisiva intrappolano lo spettatore nella intricata mente di Anna, obbligandolo a partire per un confuso viaggio al limite tra la realtà e la psicosi di una donna distrutta da anni di dolore e depressione: la fotografia – spesso sfidata da spazi angusti e luci soffuse, talvolta quasi assenti, giostrate con molta cura da Cristiano Di Nicola e dall’effetto profondamente ipnotizzante – e il sound design – agghiacciante e precisissimo – non danno scampo a nessuno, intrappolando nel viaggio chiunque si trovi in sala.
Dopo i suoi primi tre lungometraggi – A Classic Horror Story (2021), Piove (2022) e La valle dei sorrisi (2025) – con L’estranea Strippoli conferma la propria padronanza del linguaggio di genere e le notevoli capacità nella messa in scena, già ampiamente riconosciute dalla critica. Ne risulta un’opera di indubbio valore, che testimonia la maturità tecnica del regista, nonostante la giovane età e una personalità autoriale ancora in via di piena definizione.
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