Budapest diaries di Rafael Kapelinski

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Budapest diaries di Rafael Kapelinski

Budapest diaries è un cupo racconto di formazione, liberamente ispirato all’infanzia dello scrittore e regista Rafael Kapelinski, vissuta durante gli anni più difficili della crisi economica nella Polonia comunista.

La storia si svolge in un paio di fredde giornate nell’inverno del 1981, poco prima dell’imposizione della legge marziale, trasportando il trauma collettivo di una nazione nella vulnerabile emotività di Irek, un undicenne in viaggio con la madre Hanna su un autobus turistico che li porterà a Budapest. Spaurito e spaesato, Irek è l’unico bambino nell’eccentrico gruppo di finti turisti, tutti in realtà ansiosi di fare scorta di prodotti per la casa e altri articoli di contrabbando, impossibili da reperire in patria.

Hanna — interpretata da un’impaziente, nervosa e contemplativa Agnieszka Judycka — sostiene di voler mostrare al figlio “il vasto e colorato mondo” oltre i confini del regime comunista; tuttavia, il suo vero, celato intento pare essere tentare la fuga per ricominciare una nuova vita in una qualsiasi altra città più libera. La madre non intende né può spiegare più di tanto, offrendo solo frammenti di verità sulle situazioni e sulle persone che incontrano, così Irek si ritrova a esplorare il difficile universo adulto senza possedere ancora gli strumenti adatti per comprenderlo appieno.

Budapest diaries è un road movie realista che, con la sua trama elementare, priva di grandi e convenzionali svolte drammatiche ma attraversata da un tocco di umorismo, riesce a incapsulare nelle sue due ore i silenzi, la lentezza, le deviazioni, la stanchezza e le molte incertezze di un viaggio nel quale ogni spostamento o rallentamento nel gelo notturno può presentare un pericolo. La dilatazione del tempo risulta coerente con l’esperienza dei personaggi: un’attesa fatta di apprensioni e momenti apparentemente vuoti.

Budapest diaries di Rafael Kapelinski

Kapelinski ha realizzato un’opera in cui semplicità e complessità coesistono in ogni scena, offrendo una rappresentazione accurata di come ci si possa sentire a vivere sotto il costante controllo di un regime oppressivo: in balia della speranza e della paura, privati del diritto a una vita dignitosa e costretti a trasformare la quotidianità in una strategia di sopravvivenza. La scelta di raccontare queste vicende attraverso gli occhi di un ragazzino confuso e pieno di emozioni contrastanti accentua ulteriormente il senso di miseria e la ricerca disperata di un futuro diverso.

L’insicurezza e la tetraggine del racconto sono però controbilanciate da inquadrature armoniose, spesso geometriche, che, grazie anche all’uso della pellicola, esaltano la profondità delle luci e i colori caldi degli abiti, richiamando il tepore del legame tra madre e figlio e il conforto cercato nelle fredde notti.

Negli ultimi anni, si sta assistendo al ritorno della cellulosa, ricca di texture e contrasti, anche nei film indipendenti destinati al grande schermo, probabilmente in risposta allo streaming e al cinema non autoriale, spesso caratterizzati da una simile “piattezza” che il digitale e le illuminazioni uniformi a basso contrasto possono comportare.

La produzione di Budapest diaries si è, infatti, affidata al rinomato NFI Filmlab, il laboratorio cinematografico dell’Istituto Nazionale Ungherese del Cinema, uno dei più importanti studio di post-produzione e restauro ancora in grado di offrire servizi di sviluppo tradizionale della pellicola e che sta fortunatamente vivendo un nuovo Rinascimento — tra le sue recenti collaborazioni vi sono Povere Creature! (Yorgos Lanthimos, 2023), The Brutalist (Brady Corbet, 2024) e Silent Friend (Ildikó Enyedi, 2026).

Dopo che il suo primo film, Butterfly Kisses (2017), si è aggiudicato l’Orso di Cristallo al Festival Internazionale del Cinema di Berlino, Rafael Kapelinski si è guadagnato, con l’avvincente e intimo dramma Budapest diaries — attualmente in concorso e in anteprima nazionale al Torino Underground Cinefest — un posto nella lista dei registi indipendenti europei da tenere d’occhio: preciso nelle immagini, confessionale nella narrazione e capace di imprime a un ritmo lento una tensione incalzante.

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Pubblicato il:

4 Ottobre 2026

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