Silent Friend di Ildikó Enyedi

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Oltre i confini della comunicazione umana, esistono segnali chimici e fisici, effimeri e impercettibili, di chi forse sta tentando di entrare in contatto con altre forme di vita. Può darsi che il saggio accetti umilmente i propri limiti percettivi, o forse egli è colui che asseconda il desiderio di scoperta e l’irrefrenabile bisogno di dialogo, intraprendendo viaggi al di là delle nostre barriere.
Con Silent Friend, la regista ungherese Ildikó Enyedi firma un‘opera frutto dell’isolamento della pandemia e dei mezzi di comunicazione moderni. L’amico silente del titolo è un maestoso albero situato nel giardino dell’Università di Marburg in Germania: un ginkgo biloba che funge da filo rosso, cucendo armoniosamente tre diverse linee narrative e temporali.
Nel 1908, una studentessa donna viene ammessa per la prima volta alla facoltà di botanica, in un clima di disistima e paternalismo. Qui, Grete, interpretata dalla giovane Luna Wedler — che con questo ruolo si è meritata il Premio Marcello Mastroianni all’82a Mostra del Cinema di Venezia — scopre un nuovo modo per osservare e studiare le piante tramite la fotografia.
Tra i sit-in e le proteste universitarie degli anni Settanta, invece, una studentessa (Marlene Burow) coinvolge un riservato studente di letteratura (Enzo Brumm) nella sua ricerca sperimentale sulle reazioni fisiche — e forse emotive? — che un geranio in vaso pare manifestare in risposta a stimoli esterni.
Il desiderio di comprendere cosa recepiscano e come elaborino percettibilmente le piante viene declinato nel presente tramite la neurobiologia. Durante il lockdown del Covid-19, un neuroscienziato di Hong Kong (Tony Leung), rimasto bloccato e isolato nel vasto campus, stringe un’amicizia virtuale collaborando con una professoressa di biologia (Léa Seydoux). Il dottor Tony Wong stava esaminando le differenze tra il continuum esperienziale dell’infante pre-verbale e la sezionalità delle percezioni ed elaborazioni di un adulto, quando i suoi studi vengono dirottati verso l’osservazione del flusso senso-percettivo del ginkgo.
Simile all’albero di origine est asiatica e proprio come un bambino che non sa parlare né comprendere appieno, il professore si ritrova trapiantato in una terra straniera, circondato da una lingua sconosciuta, potendo fare affidamento solo sulle proprie osservazioni, percezioni ed intuizioni, spinto, tuttavia, dalla costante curiosità e dal disperato desiderio di mettersi in contatto. Non stupisce quindi che il ruolo del meditabondo dottor Wong sia stato scritto appositamente per Tony Leung, un attore noto per la capacità di trasmettere ogni emozione e pensiero con un silente sguardo.
Il cinema è solito relegare la vegetazione a mera mise-en-scène o pura simbologia, mentre in Silent Friend vediamo l’albero respirare in ogni scena — anche quando non presente — spesso servendo da controcampo di chi vi dialoga.
La scelta di rendere protagonista e testimone del passaggio del tempo un antico esemplare di ginkgo biloba non è di certo casuale. Questa specie è difatti tra gli unici esseri viventi ad essere rimasta invariata dall’epoca dei dinosauri, guadagnandosi il nomignolo di “fossile vivente”. Si pensi, inoltre, che proprio sei alberi di ginkgo biloba sono tra gli unici organismi sopravvissuti al bombardamento atomico di Hiroshima, divenendo simbolo della forza della natura e producendo semi ancor oggi scambiati in segno di pace. Nelle neuroscienze, oltretutto, l’estratto della pianta viene studiato per il suo potenziale effetto contro il declino cognitivo.
Nel film, l’imponente albero giallo assume sia il ruolo di un osservatore silenzioso sia quello di un compagno rimasto nelle nostre vite da oltre un secolo, e che, forse, ci rispecchia nel suo istinto di connessione. Infatti, vediamo Grete vivere tra uomini che la individuano come “altro”, con professori che tentano di imbarazzarla con domande sulla classificazione sessuale delle piante; i due studenti settantini che si relazionano apertamente, esprimendo consapevolmente i loro desideri sessuali; mentre il presente pare vissuto da persone isolate in sé stesse e separate da distanze e schermi. Nel frattempo, nel giardino, il ginkgo femmina, dioica e anemofila, non può che attendere che il vento le trasporti il polline di un’altra pianta.
Forse, però, Silent Friend erra nel voler quasi antropomorfizzare le piante proiettandovi empatia. O, forse, questo è proprio un segno dell’indomita sete umana per la comunicazione.
Non è la prima volta che la regista ha utilizzato la natura come simbolo della sua visione d’interconnessione naturalista. Nel surreale e lirico Simon, the magician (1999), una pianta in vaso assiste a un omicidio e aiuta a risolvere il caso; in Il mio ventesimo secolo (1989) le due stelle narranti si incarnano in due sorelle molto diverse; e in Corpo e anima (2017), due protagonisti introversi s’innamorano quando scoprono di sognare entrambi ogni notte gli stessi cervi. In questa sua ultima opera, però, Ildikó Enyedi sceglie di rimanere terrena e reale, rinunciando fortunatamente agli aspetti più spirituali.
Oscillando tra il pragmatico e l’etereo, Silent Friend guida lo spettatore attraverso una sinfonia sensoriale, dove il suono della vita, della presenza, labile o longeva, e delle relazioni tra i corpi è presente nei suoni dettagliati da ASMR e nei ritmi ricchi di respiri.
Il film è suddiviso visualmente nei suoi diversi tempi. Il Secondo Reich di inizio Novecento viene rappresentato in un formalissimo bianco e nero 35mm, la libertina Germania Ovest dei primi anni Settanta è in un vibrante 16mm dai fluidi e rapidi movimenti di camera, mentre il distacco e le ombre della pandemia sono presenti nelle geometriche e quasi asettiche inquadrature in digitale.
Con la sua biofilia, Silent Friend non scade mai nel misticismo New Age, né risulta didascalico nelle sue spiegazioni scientifiche e nelle metafore, ma è piuttosto un’opera in grado di ricreare un’esperienza sensoriale dell’elusivo, sommergendoci in uno stato di pacifica e studiata contemplazione.
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