Tijuana, todavía di Gabriel Gutierrez Morales

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Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.
Se ne Il barone rampante Italo Calvino esplora il mutuo riconoscimento in chiave puramente romantica, in Tijuana, todavía la necessità profondamente umana di essere visti e riconosciuti echeggia con voce priva di sottintesi, grazie alla storia di due uomini omosessuali segnati da diverse forme di solitudine, entrambi in cerca di qualcuno che li ascolti.
Primo lungometraggio dello sceneggiatore e regista Gabriel Gutiérrez Morales, Tijuana, todavía verrà presentato in anteprima mondiale in questi giorni all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Si tratta di uno dei quattro progetti sviluppati lo scorso anno durante la quattordicesima edizione del programma Biennale College Cinema — un laboratorio formativo, sostenuto dal Ministero della Cultura, dedicato a registi provenienti da tutto il mondo e orientato alla realizzazione di film a micro budget — durante il quale il regista si è guadagnato un finanziamento di 200.000 euro, con cui è riuscito a scrivere, girare e realizzare la sua visione cinematografica in meno di dieci mesi.
Ambientato a Playas de Tijuana, al confine tra Messico e Stati Uniti, il film segue Chava — interpretato da un impacciato Humberto Busto, che serve anche da co-sceneggiatore e produttore — un uomo di mezza età che trascorre il tempo flirtando e incontrandosi con giovani uomini tramite un’app di incontri. Qui si imbatte in Maksim (Petr Filimonov), un giovane queer fuggito dalla Russia per sottrarsi alla coscrizione militare e al pericolo di dover reprimere la propria identità sessuale. Ritrovatosi solo, spaesato e bloccato a Tijuana, egli attende di ottenere asilo politico negli Stati Uniti.
Mentre il sincero Maskim rimane saldamente ancorato alla sua vera essenza, finalmente quasi libero di poter esprime autenticamente la propria identità, Chava, nonostante viva in uno stato progressista, continua a voler nascondere il proprio io, sentendosi circondato da un’omosessualità machista e da una virilità degradante. A disagio con la propria età e il proprio corpo, l’uomo preferisce non rivelarsi ai potenziali partner, celando il proprio aspetto dietro vaghi messaggi e decontestualizzate dick pic, incontrando uomini solo per puro divertimento e appagamento sessuale, senza voler instaurare alcuna vera relazione.
Inizialmente mascherati dietro alter ego digitali e differenze superficiali, in realtà i due protagonisti non desiderano altro che poter portare alla luce tutte le loro storie, esperienze e sentimenti rimasti sommersi; ci ricordano, così, quanto sia fondamentale, sopratutto per gli uomini che vogliono apparire emotivamente impenetrabili, mostrare vulnerabilità e apertura all’interno di una relazione.
Gabriel Gutiérrez Morales narra l’incontro e l’onesta conoscenza di sé stessi, attraverso il viaggio di due uomini fermi al confine, intrappolati nella falsa e disumanizzante virtualità. Vi è una frontiera da superare, un muro da demolire e molte distanze da colmare.
Il regista sceglie Tijuana non solo come limbo in cui ci si ritrova impantanati nel tentativo di raggiungere un mondo utopico, ma anche con l’intento di rappresentare simbolicamente una tappa fondamentale del proprio viaggio: un luogo in cui fermarsi, respirare e familiarizzare con l’inesplorato ambiente circostante. Data la sua collocazione geografica, i media hanno spesso ritratto la città soprattutto attraverso i sui aspetti legati alla criminalità, descrivendola come punto di transito o ultimo ostacolo da superare. Con Tijuana, todavía — Tijuana ancora, Tijuana sempre — Gutiérrez Morales mira piuttosto a guardare la città attraverso gli occhi di chi sceglie di rimanervi e di trovarvi un senso di appartenenza.
Quando si parla di migrazione, il cinema tende spesso a focalizzarsi sul viaggio stesso, sulle avversità incontrate o sulle argomentazioni politiche messe in evidenza dagli autori. Tijuana, todavía, invece, pone al centro l’elemento umano, raccontando semplicemente di coloro che cercano di adattarsi a un nuovo e strano ambiente o a un ritrovato e sconosciuto sé.
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