Scritto da

Beatrice Ciccarelli

Condividi su:

Il 17 giugno 2026 Ken Loach ha compiuto novant’anni. Nel corso di oltre mezzo secolo di attività, il regista britannico ha attraversato guerre, scioperi, periferie operaie, uffici pubblici e villaggi dimenticati, mantenendo sempre lo sguardo rivolto verso coloro che la Storia tende a lasciare ai margini. La sua filmografia è stata spesso descritta come un cinema della lotta di classe, definizione corretta ma forse incompleta, considerando la centralità nelle sue opere di una domanda più ampia: come continuare a difendere la propria dignità quando il potere assume forme sempre diverse e ogni volta più pervasive?
Loach risponde a questa domanda attraverso figure e comunità impegnate in diverse forme di resistenza. Una resistenza mutevole, capace di adattarsi ai contesti storici e sociali raccontati dal regista senza perdere la propria tensione morale. Dai grandi conflitti del Novecento alle contraddizioni del neoliberismo contemporaneo, il suo cinema continua a interrogarsi sulle possibilità di azione offerte agli individui quando si trovano di fronte a strutture più grandi di loro. Nei suoi film, spesso, la condizione sociale precede l’individuo anche sul piano della messa in scena: i dialoghi anticipano l’ingresso dei personaggi, introducendone il contesto prima ancora della loro presenza fisica. La macchina da presa osserva, ascolta, lascia emergere dettagli apparentemente marginali: una conversazione in cucina, una sigaretta condivisa, un favore fatto a un vicino. In quei piccoli momenti prende forma una solidarietà trasversale all’intera filmografia, spesso unica risposta possibile alla violenza del potere.

In Terra e libertà (1995) resistere significa principalmente assumere una chiara posizione politica. Attraverso il flashback di David Carr, giovane comunista inglese partito per combattere nella Guerra civile spagnola, Loach affronta quella che molti storici hanno definito la prima grande battaglia europea contro il fascismo. Il film conserva il rigore del realismo sociale distintivo del suo cinema, aprendosi anche a una dimensione più ampia, attraversata dal desiderio di raccontare la possibilità concreta di un cambiamento collettivo. Le assemblee contadine, filmate con una spontaneità quasi documentaria, restituiscono la complessità di una rivoluzione costruita dal basso, animata da un profondo desiderio di giustizia sociale. L’entusiasmo iniziale lascia però emergere le divisioni interne al fronte repubblicano, trasformando il racconto della lotta antifascista in una riflessione sul rapporto tra ideali e potere. La resistenza assume così un carattere tragico: resta necessaria, pur dovendo confrontarsi con compromessi, sconfitte e fratture. La Storia interrompe il sogno rivoluzionario senza riuscire, però, a cancellarne il valore.

Se in Terra e libertà la resistenza coincide ancora con l’orizzonte rivoluzionario del Novecento, negli anni successivi Loach sposta progressivamente il proprio interesse verso conflitti meno spettacolari e proprio per questo più difficili da individuare. Questa trasformazione emerge con particolare chiarezza in Jimmy’s Hall (2014), ambientato nell’Irlanda degli anni Trenta e ispirato alla vicenda reale di Jimmy Gralton, unico cittadino irlandese deportato dal proprio Paese nel XX secolo. La Hall che dà il titolo al film è una sala da ballo, una biblioteca, un luogo d’incontro e di formazione: uno spazio apparentemente semplice che finisce per assumere una valenza profondamente politica. Attraverso la musica, la danza e l’istruzione, la comunità costruisce infatti un’alternativa ai modelli imposti dalle autorità religiose e dai grandi proprietari terrieri. La cultura torna a essere una pratica condivisa e diventa uno strumento di emancipazione collettiva. Non sorprende che a ostacolarla siano le stesse figure che popolano gran parte del cinema loachiano: il potere economico, il conservatorismo sociale e un’autorità religiosa interessata a preservare l’ordine esistente. Loach guarda a Jimmy con affetto, evitando di trasformarlo in una figura eroica e focalizzandosi maggiormente sul rapporto tra l’individuo e la comunità. I momenti più significativi del film coincidono con i balli, le risate e le discussioni che animano la Hall, immagini semplici che restituiscono tutta la dimensione politica della felicità collettiva.

Con Io, Daniel Blake (2016) il conflitto cambia nuovamente volto. La resistenza non passa più attraverso rivoluzioni o spazi comunitari; si misura con la burocrazia contemporanea. Daniel è un falegname sessantenne che, dopo un problema cardiaco, si ritrova intrappolato in un sistema incapace di riconoscere la sua condizione. Il film possiede qualcosa di kafkiano nella rappresentazione dell’assurdo amministrativo, ma Loach rifiuta qualsiasi distanza allegorica e affonda direttamente nel reale. La violenza raccontata dal film non produce ferite visibili, si manifesta piuttosto nell’attesa, nella compilazione di un modulo, nell’obbligo di dimostrare continuamente la propria vulnerabilità. Loach individua una forma di potere incapace di reprimere apertamente, eppure in grado di consumare lentamente chi vi entra in contatto. Eppure il cuore del film si trova nei gesti che sopravvivono alla disumanizzazione. Daniel aiuta Katie, Katie tenta di sostenere Daniel; persone comuni condividono ciò che possiedono pur avendo pochissimo. Nei film di Loach la speranza arriva quasi sempre dai vicini, dagli amici, dalla solidarietà spontanea nata tra gli esclusi. Le istituzioni generano sofferenza; gli individui tentano ancora di alleviarla. La celebre dichiarazione finale di Daniel, la rivendicazione del diritto a essere trattato come un uomo e non come un numero, sintetizza forse meglio di qualsiasi altro momento il cinema del regista.

Dopo aver raccontato individui alle prese con istituzioni sempre più oppressive, Loach porta la riflessione sulla resistenza in una dimensione ancora più intima con Kes (1969). Billy Casper vive in un ambiente segnato dalla povertà e dall’assenza di prospettive. La scuola, la famiglia e il lavoro futuro appaiono come istituzioni incapaci di riconoscere la sua individualità. L’incontro con il falco Kes apre una breccia in questo destino. Attraverso l’addestramento dell’animale, Billy scopre una forma di relazione basata sulla cura e sull’ascolto. La libertà che cerca nel volo del rapace coincide con il desiderio di immaginare un’esistenza diversa dalla propria. Billy Casper appare già come uno dei grandi personaggi loachiani: un individuo apparentemente insignificante agli occhi della società, capace però di custodire un desiderio di libertà che nessuna istituzione riesce del tutto a neutralizzare. Kes resta una delle opere più intensamente interessate alla giustizia sociale dell’intera filmografia del regista. La sua forza nasce dall’autenticità con cui rappresenta la vita della classe operaia britannica, lontana dalle immagini patinate della «Swinging London» e vicina a una realtà fatta di lavoro minerario, frustrazione e opportunità negate. La resistenza diventa qui un gesto silenzioso, affidato alla capacità di preservare uno spazio interiore.

Osservati insieme, questi film restituiscono la straordinaria coerenza della cifra stilistica che ha pochi equivalenti nel cinema contemporaneo. Loach condivide con il Neorealismo italiano l’interesse per gli ultimi, per le periferie sociali e per le vite escluse dai racconti ufficiali della Storia, spostando però lo sguardo verso un Paese progressivamente segnato dall’erosione dei diritti sociali e dalla crisi delle comunità operaie. Molte delle sue opere più recenti possono essere lette come una lunga riflessione sulle conseguenze dell’eredità politica di Margaret Thatcher: la privatizzazione dei servizi, l’indebolimento delle organizzazioni collettive e l’affermazione di una cultura fondata sull’individualismo attraversano Sorry We Missed You (2019) e The Old Oak (2023). Il suo sguardo resta comunque sempre ancorato all’esperienza concreta degli individui. Le grandi trasformazioni economiche e politiche vengono lette attraverso gesti quotidiani, relazioni familiari e legami comunitari. È in questa dimensione apparentemente ordinaria che il cinema di Loach continua a individuare la possibilità di una risposta morale alle ingiustizie del contemporaneo. Celebrarne il novantesimo compleanno significa, allora, riconoscere l’attualità di uno sguardo che non ha mai smesso di interrogare il presente. Il cinema di Loach racconta il fallimento delle promesse del neoliberismo, la crisi delle istituzioni e le contraddizioni di un sistema fondato sul profitto, continuando al tempo stesso a cercare spazi di condivisione e forme di solidarietà concreta nelle relazioni umane, forse l’ultima risorsa contro l’isolamento e la sopraffazione.

A cambiare, nel corso dei decenni, sono stati i luoghi della resistenza: una trincea nella Spagna repubblicana, una sala da ballo nell’Irlanda rurale, un ufficio del welfare britannico, i campi attraversati da un ragazzo e dal suo falco. A restare immutato è lo sguardo con cui Loach osserva i suoi personaggi. Uno sguardo ostinato, partecipe, convinto che anche nei momenti di sconfitta sopravviva qualcosa di irriducibile al potere. È in quella fragile ostinazione, custodita nei gesti più ordinari, che il suo cinema continua a trovare la propria forma di speranza.

Condividi su:

Pubblicato il:

27 Agosto 2026

Tag:

Consigliati per te