Micheal di Antoine Fuqua

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Gary, Indiana, 1966. Micheal Jackson ha appena 8 anni, ma è già evidente che il suo talento appartenga a quella rarissima costellazione di fenomeni destinati a manifestarsi una sola volta nella Storia. Suo padre Joseph, tuttavia, è una presenza dispotica e umiliante: lo deride chiamandolo “naso grosso”, gli nega ogni parvenza di un’infanzia serena e, soprattutto, non gli dimostra mai approvazione, sostituendola con un’insoddisfazione cronica e pretese estreme. Anche al termine di spettacoli accolti da applausi e ovazioni, ad attenderlo ci sono solo critiche e punizioni violente. Così, mentre Michael e i suoi fratelli, ancora bambini, riempiono le sale da ballo e conquistano il pubblico, Joseph continua a pretendere di più, divorato da un’ambizione malsana.
Da queste fondamenta drammatiche – la mancanza e il desiderio di un’infanzia autentica, l’alienazione dalla normalità e il peso di un perfezionismo spinto all’estremo – nasce il genio del Re del Pop, un talento pioneristico in cui la convivenza di creatività e sofferenza darà vita a un’icona destinata a diventare ineguagliabile.
Il biopic Michael, diretto da Antoine Fuqua e scritta da John Logan, arriva nelle sale nel 2026 facendosi carico di questa complessa genesi. A interpretare il protagonista è il nipote del cantante, Jaafar Jackson, che ha conquistato il ruolo soltanto dopo due anni di intensa preparazione, trascorsi a studiare, cantare e ballare quotidianamente fino allo sfinimento. La sua straordinaria somiglianza fisica aggiunge corpo alla performance, ma è solamente la superficie del risultato: la contiguità familiare e aver vissuto gli stessi luoghi di Michael gli permettono di sintonizzarsi profondamente con la sua storia.
Non mancano tuttavia le critiche. Se da un lato si lamenta l’assenza di figure fondamentali come Diana Ross o Janet Jackson, dall’altro a far discutere è la brusca cesura narrativa che interrompe il racconto proprio quando la vita dell’artista entra nella sua fase più discussa e controversa. La parabola del Re del Pop, infatti, non coincide soltanto con i trionfi mondiali, ma include anche le tempeste politico-mediatiche degli anni successivi. Al netto delle diverse, e talvolta oscure, interpretazioni che ancora oggi circondano il suo caso (come l’ipotesi di essere finito nel mirino dei magnati statunitensi e israeliani), Jackson affrontò un logorante iter giudiziario per accuse di abusi su minori, dal quale uscì con un’assoluzione totale da tutti i quattordici capi d’accusa. Nonostante un verdetto chiaro – che neanche le successive indagini dell’FBI riuscirono a scalfire – il film si ferma molto prima, nel momento in cui l’impero musicale inizia a consolidarsi. Una scelta dettata, secondo quanto emerso durante la lavorazione, da stringenti clausole legali che avrebbero impedito la trasposizione immediata di alcuni episodi cruciali della sua vita, costringendo la produzione a rinviare la seconda e più turbolenta parte della storia al 2028.
Ciò in cui la pellicola eccelle, tuttavia, è la sua indagine introspettiva. Durante la visione non si segue solo l’ascesa di una popstar, ma si impara a comprenderne la psicologia più intima. A 8 anni, Micheal Jackson si esibiva già da tre anni insieme ai fratelli, costantemente sotto la minaccia di punizioni fisiche da parte del padre. Secondo i numerosi studi neuroscientifici che hanno analizzato il suo caso, una violenza tanto sistematica può generare nella mente di un bambino l’associazione immediata tra magnificenza della performance e terrore. In Michael gioia e paura finiscono per convivere in modo inseparabile. Ciò che l’opinione pubblica ha spesso derubricato come “eccentricità” viene decodifcato dalla sceneggiatura per la sua vera natura: un perfezionismo disperato e ipervigilante, nato dalla necessità di sopravvivere. Mentre Joseph inseguiva una forma di grandezza quasi disumana, verosimilmente per riscattarsi dalle cicatrici lasciate dal razzismo e dalle difficoltà economiche, Michael cresce prigioniero della “sindrome dell’infanzia rubata”, sviluppando la percezione di dover proteggere altri bambini da sofferenze simili alle sue.
Da qui scaturisce una lacerazione interiore: da una parte la missione artistica di diffondere messaggi universali di bene, empatia e resilienza; dall’altra il bisogno incessante di recuperare quella spensieratezza mai vissuta. L’allegoria di Peter Pan permea la sua esistenza, trovando la sua incarnazione più evidente nel ranch di Neverland, l’isola dei bambini sperduti. Pur finendo al centro di inevitabili controversie, qui Michael invitava bambini, specialmente malati o svantaggiati, per condividere giochi e momenti di affetto in una dimensione che per lui rappresentava l’espressione più pura del bene umano. E proprio come nella favola, dove il coccodrillo del tempo finisce per divorare Capitan Uncino, il film ci mostra Michael che riesce progressivamente a emanciparsi dal controllo paterno, smettendo di essere un suo prodotto commerciale e diventando finalmente padrone della propria identità.
Cruciale è anche l’esplorazione del tema dell’orgoglio e della dignità. Grazie al suo impatto culturale e alla sua fama, Michael Jackson riesce a imporsi nell’industria televisiva americana, contribuendo ad abbattere barriere razziali e conquistando spazi che fino ad allora erano stati preclusi agli artisti neri. Non si limita a produrre hit: eleva il videoclip a una forma d’arte cinematografica, collaborando con registi affermati e costruendo vere e proprie narrazioni visive. Il suo obiettivo non era limitarsi a diventare «il più grande cantante nero, ma il più grande cantante in assoluto», oltre ogni differenza.
Ad affascinare è soprattutto il suo perenne percepirsi come un outsider. Michael sviluppa una naturale empatia verso i diversi e gli emarginati, trovando nei fan e nei collaboratori la forma più autentica di gratitudine e validazione. Consapevole di come stampa e opinione pubblica possano deformare qualsiasi cosa pur di generare clamore, sceglie spesso il silenzio: evita le interviste e alimenta il mistero, convinto che l’opera debba parlare più delle spiegazioni. «Sii fedele a te stesso» è il suo mantra. Micheal credeva fermamente che musica e danza costituissero un linguaggio condiviso, attraverso cui è possibile cambiare il mondo e superare i conflitti. E se il suo talento ritmico apparteneva a una categoria rarissima, fu altrettanto la sua sensibilità fuori dal comune a renderlo immortale.
Come in ogni aspetto della sua vita, anche nella sala cinematografica domina l’emozione. Inquadratura dopo inquadratura, si percepisce costantemente la sensazione di assistere al dipanarsi di un mito, la nascita di qualcosa di leggendario. È un percorso che nasce dal trauma e arriva al cuore delle persone, un rapporto speciale tra artista e fan: proprio come accadeva nei celebri filmati di persone che svenivano durante i concerti, molti spettatori si ritrovano a cantare le sue canzoni e a lasciare la sala con una nostalgia inattesa. La connessione emotiva è straordinaria, merito sia della grandezza intrinseca di Michael Jackson, sia della capacità di Fuqua di trasportare ancora una volta il pubblico – o per la prima volta, nel caso dei più giovani – all’interno dei suoi live come se fossero reali. Ma il vero miracolo lo compie Jaafar Jackson, riuscendo a evocare l’essenza dello zio.
Il film si chiude sul crinale della trasformazione, quando Michael dice addio alla vita che ha conosciuto fino a quel momento, suggerendo l’inizio di qualcosa di ancora più immenso. Certe storie sembrano non avere confini, e questa pellicola riesce a riportarne una sullo schermo con un’efficacia e una potenza notevoli.
A luci accese, rimane soltanto il desiderio di assistere al capitolo successivo.
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