Minotaur di Andrey Zvyagintsev

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Sotto lo sguardo fine di Zvyagintsev, la Russia scalpita in carica come la bestia mitologica, nutrendosi del sacrificio dei più deboli e prosperando nell’indifferenza di quanti si mantengono ai margini del labirinto.
Dopo quasi un decennio, Andrey Zvyagintsev torna al cinema con Minotaur – Nel labirinto del potere, — vincitore del Gran Premio della Giuria al 79° Festival di Cannes — il suo primo lungometraggio realizzato fuori dalla Russia dopo l’esilio in Francia, ma che si rivela comunque come una tetra allegoria nazionale celata sotto le spoglie di un teso dramma domestico.
Il Minotauro del titolo non coincide con un singolo tiranno né con un apparato identificabile, ma rappresenta la mostrificazione di una collettività pervasa da autoritarismo, avidità, autoconservazione e aggressività, che si è rinchiusa in un ostile labirinto di corruzione politica e militarismo violento.
Nell’adattare Stéphane, una moglie infedele (1969) di Claude Chabrol, Zvyagintsev ne conserva soltanto lo scheletro narrativo: Gleb (Dmitriy Mazurov), direttore di una grande azienda costretta al ridimensionamento a seguito dell’invasione dell’Ucraina, sospetta che l’infelice moglie Galina (Iris Lebedeva) lo tradisca. Tuttavia, le infedeltà coniugali, note e inespresse, sono soltanto la trasposizione più intima di un inganno e di un tradimento che viene tacitamente accettato dalla nazione. Gleb, infatti, deve scegliere quali dei suoi dipendenti mandare al fronte, o chi assumere fittiziamente per tale scopo. Proprio come nella leggenda, le autorità locali gli impongono esattamente quattordici tributi da sacrificare in nome della patria.
Zvyagintsev mostra la Russia attraverso la sua borghesia urbana: le corruzioni ideologiche dell’Unione Sovietica non sono mai scomparse, ma si sono semplicemente vestite in abiti più presentabili. Per il regista, la nazione non è più completamente paralizzata da disillusione, paura e negazione collettiva, ma pare iniziare a risvegliarsi, anche se non sempre dal lato giusto.
Le guerre del Paese vengono combattute in terre altrui, lontane dalla routine quotidiana di Gleb: la casa isolata nel bosco, l’ufficio asettico e i ristoranti eleganti. Pur aliena alla loro vita privilegiata, la guerra decora marcatamente ogni ambiente pubblico e le sue retoriche risuonano in ogni discorso, destinate a invadere anche la sua distaccata realtà. Minotaur non separa mai le vicende umane dalle ideologie politiche: le seconde penetrano nei drammi privati, informando l’identità di personaggi freddi, opachi e irrimediabilmente compromessi. Ogni dialogo di Zvyagintsev, apparentemente quotidiano e generico, nasconde dettagli di personalità multiformi e storie mai banali. Ogni conversazione diventa così la superficie di un sistema sociale condiviso: tutti sanno, tutti tacciono, tutti partecipano.
Non a caso, Gleb e Galina abitano in un’elegante villa ricca di vetrate e specchi, dove ogni movimento può essere visto e spiato, mentre ogni lampada accesa o spenta svela qualcosa di nuovo. All’esterno, invece, le strade sono cupe, il cielo plumbeo diffonde una luminosità grigia e incertezze e rancori vengono riflessi nelle acque agitate o celati vagamente dalla pioggia. Nei suoi spazi rigorosamente studiati, Zvyagintsev coreografa ancora una volta lunghe sequenze in cui ogni pausa, ogni movimento della macchina da presa e ogni spostamento dei personaggi rivela una scelta minuziosa. Il cupo dramma s’intensifica progressivamente in un thriller psicologico, dove la ridotta colonna sonora trasferisce la tensione nei silenzi, nei rumori e nelle attese.
Con Minotaur, Zvyagintsev condensa così i temi delle sue precedenti opere: l’impietosa illusoria connessione di Loveless (2017), la corruzione politica e la pressione autoritaria di Leviathan (2014), la misoginia e i rancori del teso noir domestico Elena (2011) e la mascolinità violenta, prepotente e dominatrice che attraversa la sua filmografia sin dal debutto con Il ritorno (2003). Nella sua ultima critica alla patria, Andrey Zvyagintsev mette in scena il delitto e la guerra prima ancora che il castigo e la pace possano apparire all’orizzonte.
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