Endless Cookie di Seth Scriver e Peter Scriver

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Endless Cookie (2025), a firma di Seth e Peter Scriver, è una di quelle rare opere cinematografiche capaci di imporsi con una forza al contempo repulsiva e magnetica. Ambientato nel nord del Canada, il documentario dichiara fin dalle prime inquadrature un’identità visiva radicale, rifiutando la verosimiglianza in favore di un’animazione allucinatoria che inonda lo schermo di forme surreali e cromatismi esasperati. Questo mondo filtrato da lenti antinaturalistiche fa da sfondo a un’intima ricerca genealogica: Seth decide di raccontare la storia della propria famiglia attraverso la voce e i ricordi del fratello Peter, di origine Cree.
Laddove il cinema mainstream spettacolarizza la condizione dei nativi, ingabbiandola in retoriche hollywoodiane, Endless Cookie oppone una forma di resistenza radicale. Il film elude la trappola dello stereotipo per lasciare affiorare la complessa eredità indigena nelle pieghe della quotidianità – le usanze delle tribù e l’uso della lingua autoctona – rifuggendo la banalità dell’esotismo folkloristico.
Lontano dall’essere un documentario dall’impostazione “classica”, il film assorbe difficoltà e imperfezioni logistiche unendole alla ricerca dell’ordinarietà: la storia procede per accumulo di racconti aneddotici, un flusso di pensieri che è costretto a continue interruzioni a causa dei rumori che animano il set. Queste interferenze, anziché impoverire l’opera, donano a Endless Cookie un ordine caotico, quasi mistico, che fa poggiare la struttura interna su un espediente narrativo all’apparenza esile: la costruzione di un tipì, eretto per poter ospitare Seth durante le registrazioni in presa diretta, diventa la perfetta allegoria della riedificazione di una comunità. Per questo nucleo familiare, radicato nella remota riserva Shamattawa First Nation (Manitoba), realizzare la loro tenda tradizionale significa generare uno spazio sacro e rimarcare la propria identità.
Pur affrontando temi delicatissimi – gli abusi della polizia, gli espropri terrieri, il genocidio culturale delle scuole residenziali in Canada – il film non cade nel pietismo, ma sceglie la via della risata satirica, un umorismo surreale volto a colpire l’apparato colonial-capitalista e disarmare lo spettatore con un messaggio politico veicolato con leggerezza.
Di fronte a una simile lucidità nell’incanalare la frustrazione indigena, la mente corre inevitabilmente a un film seminale, Una volta erano guerrieri (Lee Tamahori, 1994). Se il capodopera neozelandese grida al mondo l’emorragia della cultura aborigena attraverso i codici stilistici di un dramma crudo ed efferato, il documentario canadese si pone come suo contraltare luminoso. L’opera rappresenta una diversa risposta allo stesso trauma post-coloniale: laddove Tamahori usa la tragedia per scuotere le coscienze del pubblico, gli Scriver scelgono di affidarsi alla vitalità sovversiva dell’ironia.
Celando la propria impalcatura etica sotto una superficie scanzonata, Endless Cookie dimostra che il recupero dell’identità politica e culturale passa dalla riscoperta del proprio microcosmo familiare: la resistenza non avviene solo tramite la forza, ma prospera anche nella gioia amara di chi, malgrado le tempeste della storia, sceglie di continuare a innalzare la propria tenda.
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