Scritto da

Irma Falza

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Il motivo per cui numerosi film sudcoreani esplorano il tema della disuguaglianza sociale affonda le radici nella storia recente del Paese, una nazione segnata da una rapida e tumultuosa crescita economica che sembra ora ritrovarsi sull’orlo di una crisi di nervi.

La settima edizione del Job Film Days — il festival cinematografico internazionale dedicato alle tematiche del lavoro — ha destinato una sezione fuori concorso al Focus Corea del Sud proponendo tre recenti opere indipendenti a basso budget.  Con questa rassegna, il festival intende indagare le fratture interne prodotte dal capitalismo neoliberale, restituendo un ritratto complesso e spietato della Corea del Sud, contraddistinta da precarietà, competizione esasperata e mobilità sociale quasi bloccata.

Il cinema sudcoreano si distingue per la capacità di narrare problematiche socio-economiche attraverso i generi più disparati — dal dramma realista all’ironica commedia nera, fino al monster movie —mantenendo sempre uno sguardo critico e disincantato sul proprio presente. Al centro di un sorprendente numero di storie vi è, infatti, il binomio della povertà e della separazione in distinte classi, un tema spesso rappresentato non come un puro contrasto gerarchico, ma piuttosto come una forza distruttiva capace di deformare ogni rapporto umano.

Le opere selezionate dal Job Film Days osservano tre piccoli e disperati microcosmi del mondo lavorativo, offrendo un crudo punto di vista sulle profonde disuguaglianze che lacerano il Paese. In Because I hate Korea (Jang Kun-jae, 2023), presentato in anteprima italiana al festival, una giovane donna, frustrata dall’estrema competitività e dallo stacanovismo del mercato del lavoro, decide di trasferirsi in un’utopica Nuova Zelanda. Il film solleva un interrogativo condiviso da molti giovani coreani odierni: quanto spazio resta ai desideri individuali quando lavoro, denaro e status sociale esercita una pressione costante così opprimente?

Un approccio ancor più pessimista caratterizza Halo (2025), debutto alla regia di Roh Young-wan, in cui seguiamo la faticosa routine di un giovane fattorino, testimone di molteplici situazioni di disagio sociale e a sua volta schiacciato da una famiglia indebitata che continua supplicare il suo aiuto economico.

Il festival conclude il trittico con una nota più positiva grazie a Citizen of a kind (2024), commedia di Park Young-ju basata su vicende reali. La pellicola ricostruisce l’incredibile storia che ha portato allo smantellamento di un’organizzazione criminale internazionale, colpevole di sequestrare migranti coreani in Cina per costringerli a perpetrare truffe telefoniche ai danni di connazionali più vulnerabili. L’indagine della polizia prende il via grazie all’insolita collaborazione tra uno dei truffatori-prigionieri e una donna che, finita sul lastrico a seguito dell’incendio della sua lavanderia, diviene vittima di un finto investimento.

Attraverso la lente del lavoro è possibile quindi decifrare i conflitti e le contraddizioni insite nell’identità nazionale sudcoreana, arrivando a comprendere perché il termine minjung (traducibile come “il popolo” o “le masse”), abbia progressivamente assunto una connotazione più vicina a “le comunità oppresse”.

Dopo la Dichiarazione di Democratizzazione del 1987, il movimento operaio attraversò una fase di intensa mobilitazione, nota come la Grande Lotta dei Lavoratori. I continui scioperi e le occupazioni delle fabbriche paralizzarono la nazione e trasformarono profondamente la sua struttura economica, favorendo un’improvvisa espansione del sindacalismo democratico. Le lotte dei lavoratori si saldarono alle violente e onnipresenti proteste studentesche, caratterizzando un decennio spesso definito come “il periodo di rivoluzione del ceto medio”.

Tuttavia, la democratizzazione politica non coincise con una vera redistribuzione della ricchezza. Al contrario, la spasmodica rincorsa a modernizzazione e occidentalizzazione fece convergere capitali e potere lobbistico nelle mani dei chaebol — conglomerati gerarchici industriali di proprietà familiare — comportando l’enorme crescita e il monopolio di compagnie come Samsung, Hyundai e LG. Per competere sui mercati globali, inoltre, il Paese impose turni di lavoro estenuanti a fronte di salari commisuratamene bassi, esacerbando ulteriormente il conflitto tra classe dirigente e proletariato.

L’esponenziale crescita economica nazionale, denominata “Miracolo sul fiume Han”, risollevò milioni di cittadini dalla povertà, ma generò anche un divario sociale destinato ad ampliarsi ed esplodere nei decenni successivi. Il territorio della Corea appare tuttora suddiviso in definite classi economiche: la stessa Seoul— in cui sono ambientati sia Because I hate Korea che Halo — è simbolicamente e materialmente tagliata a metà dal fiume Han, che separa il ricco e moderno distretto di Gangnam (“a sud del fiume”) dal meno agiato e proletario Gangbuk (“a nord del fiume”).

Tali spaccature emergono anche in opere all’apparenza di puro intrattenimento, come l’horror fantascientifico The host (2006) di Bong Joon-ho. Nel film un mostro assassino mutante — nato dallo sversamento illegale di rifiuti tossici da parte di un chaebol farmaceutico colluso con i militari americani — semina il panico proprio tra le acque dell’Han, emblema nazionale di speranza e rinascita, mentre la povera famiglia protagonista incarna la quotidiana lotta dei minjung contro i mali di una società capitalista.

La crisi finanziaria asiatica del 1997 mise in stallo mobilità sociale e sicurezza lavorativa. Il tracollo economico innescò un’ondata di disoccupazione di massa, che infiammò ulteriormente le tensioni preesistenti. A partire dagli anni Duemila, la precarietà lavorativa è diventata una condizione permanente, fomentando così un’iper-competitività e un cannibalismo di classe già radicati nella mentalità coreana. A ciò ha contribuito anche la completa privatizzazione del sistema scolastico, rendendo l’istruzione ancora più concorrenziale e le scuole costose ed elitarie, e la seguente proliferazione miliardaria delle hagwon (le prestigiose accademie di doposcuola e tutoraggio privato).

Di pari passo, il cinema coreano ha iniziato a farsi portavoce con sempre maggiore frequenza della rabbia popolare per la disparità sentita dai minjung, ribattezzati heuksujeo (cucchiai di fango o terriccio). Questa espressione deriva dall’inglese “nascere con un cucchiaio d’argento in bocca” (simile all’espressione italiana “nascere con la camicia”), trasportando la metafora verso i meno fortunati lavoratori delle classi medie e basse.

In una Corea governata dal senso dell’onore e dal terrore della vergogna pubblica, non sorprende che i cucchiai di fango spesso fatichino a riconoscersi nella loro condizione — o si rifiutino di essere percepiti come tali — e, di conseguenza, tendono a vivere al di sopra delle proprie possibilità economiche.

In No other choice (Park Chan-wook, 2025) — proiettato durante il Job Film Days in collaborazione con l’associazione culturale Comala — il protagonista, rimasto senza lavoro, non riesce ad ammettere la propria “sconfitta” sociale né a rinunciare ragionevolmente agli agi medio-borghesi a cui la sua famiglia è ormai assuefatta. In questa pellicola, Park mette alla berlina l’ego maschile e il consumismo della classe media contemporanea, mentre con il precedente Mademoiselle (The Handmaiden, 2016) il focus è l’emancipazione di due donne di ceti differenti, in aperta ribellione alla sottomissione servile e patriarcale della Corea coloniale degli anni Trenta.

Con altrettanta amarezza e angoscia, in Peppermint Candy (1999), Lee Chang-dong racconta il declino di un cinico uomo d’affari soffocato dalla vergogna e dal rimorso per i propri fallimenti finanziari, incapace di uniformarsi ai rigidi standard di successo e di autorevolezza mascolina anelati dal conformismo consumistico.

Trascinata dal capitalismo, la Corea del Sud è infatti oggi il maggior consumatore pro capite di beni di lusso. L’ostentazione di uno status symbol esteriore viene percepita come un imperativo per mascherare le proprie difficolta economiche: articoli griffati e del tutto superficiali divengono così un vitale “salva-faccia” contro lo stigma della povertà o persino dell’estrazione sociale comune.

Nel film Microhabitat (Jeon Go-woon, 2017), una giovane domestica scopre che, a causa di inflazione e rincaro affitti, non può più concedersi il lusso delle sigarette, dell’alcol e delle serate nei locali con gli amici. Tuttavia, piuttosto che rinunciare a una conforme vita di piaceri, inizia a vagabondare dormendo sui divani degli altri, così da poter mantenere lo stesso status fittizio quando è in pubblico. Analogamente, la protagonista di Secret Sunshine (Lee Chang-dong, 2007), trasferitasi in una nuova città, finge di essere interessata all’acquisto di un terreno, ostentando l’agiatezza di una donna padrona della propria vita, terrorizzata dall’idea di essere compatita come una vedova indigente.

Le celate difficoltà economiche spingono inevitabilmente verso scelte scellerate. In Halo vediamo il protagonista affidare le proprie speranze a un astrologo, mentre la protagonista di Citizen of a kind cade facilmente nella trappola di una ricchezza aleatoria. Si tratta di debolezze individuali i che palesano un malessere più ampio e sistemico: la Corea del Sud, difatti, è attualmente il Paese sviluppato con il livello di indebitamento pro capite più elevato al mondo.

Questo fenomeno favorisce il dilagare incontrollato di strozzinaggio, frodi e truffe finanziarie, oltre incentivare la nascita di comunità e “club d’élite”, veri e propri culti fraudolenti che promettono benessere spirituale, supporto psicologico, avanzamento sociale e senso di appartenenza in cambio di denaro. Di conseguenza, nonostante la maggioranza demografica si dichiari atea o agnostica, proliferano innumerevoli sette religiose dai fini lucrativi. La natura parassitaria e l’ambivalenza emotiva delle comunità evangeliche in Corea, seppur prive di espliciti intenti speculativi e criminali, sono un altro aspetto esplorato dal cinema nazionale, come visto in Secret Sunshine.

Nel brutale dramma psicologico dalle forti allegorie cristiane Pietà (2012), Kim Ki-duk critica, invece, il microcredito predatorio attraverso la parabola di un esattore che arriva a mutilare gli indebitati artigiani pur di incassare i risarcimenti delle assicurazioni sugli infortuni. Nella sua iconografia, le officine e i macchinari industriali si trasformano in strumenti della tortura inflitta dal mercato del lavoro, specchio di un capitalismo volto unicamente a convertire le sofferenze umane in profitto.

In questo scenario, la paranoia dei privilegiati — il malocchio dei minjung — e le sanguinose fantasie di “giustizia fai-da-te” delle bistrattate classi lavoratrici hanno iniziato ad intensificarsi sullo schermo nel nuovo millennio. Un suo esempio seminale è la Trilogia della Vendetta di Park Chan-wook, la quale pare aver innescato una nuova corrente di livoroso sadismo, probabile retaggio del violento e oppressivo passato nazionale.

In Mr. Vendetta (Sympathy for Mr. Vengeance, 2002), un operaio appena licenziato rapisce la figlia del suo ex-capo nel tentativo di ottenere il riscatto necessario a pagare un trapianto di rene per sua sorella. Il cruento cult Oldboy (2003), mostra invece come l’esercizio di una violenza punitiva estrema sia possibile solo in presenza di un’illimitata disparità di potere e ricchezza tra carnefice e vittima; quest’ultima, tuttavia, nel perseguire il proprio regolamento dei conti, finisce per corrompersi, trasformandosi a sua volta in autrice di ingiustizie e crudeltà disumane.

Affondando le proprie radici nell’epoca autoritaria che ha segnato gran parte del Novecento coreano, il risentimento dei poveri verso i ricchi — o dei poveri verso chi è poco meno povero — ha inondato l’audiovisivo di opere rabbiose e truculente, arricchendo il panorama cinematografico nazionale con opere quali The Yellow Sea (Na Hong-jin, 2010), Train to Busan (Yeon Sang-ho, 2016), e la popolarissima serie Squid Game (Hwang Dong-hyuk, 2021), fino ai recenti Guerra e rivolta (Kim Sang-man, 2024) e No other choice.

La precarietà del mondo lavorativo, la conseguente corruzione e ingiustizia, nonché la fobia di perdere la propria posizione sociale costituiscono, inoltre, il cuore nevralgico di molte violente lotte di classe rappresentate da Bong Joon-ho: da Cane che abbaia non morde (2000), a The Host (2006), da Snowpiercer (2013) a Okja (2017), fino al trionfale Parasite (2019) e all’ultimo Mickey 17 (2025). Durante la sua recente masterclass al Cinema Massimo di Torino, il regista ha esplicitamente ribadito come le tensioni sociali rappresentino il fondamento psicologico dei suoi personaggi e continueranno a costituire il fulcro delle suo futuro cinema.

Il recente remake americano di Save the Green Planet! (Jang Joon-hwan, 2003) Bugonia (Yorgos Lanthimos, 2025), è peraltro un’ulteriore testimonianza della crescente e pervasiva globalizzazione di un odio sadico verso le differenze di classe.

Su un versante opposto, attraverso il suo interesse per l’oppressione degli emarginati — manifestato in opere come Oasis (2002), Poetry (2010) e Burning (2018) — la poetica di Lee Chang-dong propone una lettura del conflitto più sottile, articolata e di per sé realista. L’antagonismo tra il protagonista di Burning — un ragazzo solitario che oscilla dai lavoretti saltuari a un’esistenza precaria come agricoltore tuttofare — e un seducente signorotto Gatsby, rispecchia il senso di confusione, alienazione e rancore condiviso da molti giovani coreani che si sentono vittime di un sistema lavorativo e sociale privo di prospettive.

Nel suo prossimo film, Possible Love (2026) — Leone d’Argento all’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia — l’incontro tra una coppia di operai e una documentarista interessata alle lotte sindacali mette in discussione le esperienze e i desideri di entrambi i ceti sociali. Il regista ha concepito quest’ultima storia dopo aver assistito ai brutali licenziamenti di massa da parte di un chaebol e alla violenta repressione poliziesca durante gli scioperi in seguito all’occupazione delle fabbriche della SsangYong Motor nel 2009. Non resta che attendere l’uscita in sala del film di Lee Chang-Dong e continuare a prestare ascolto alle proteste sempre più udibili dei cucchiai di fango.

Forse le lotte di classe dei minjung sono destinate a rimanere un tema ricorrente nel panorama cinematografico coreano. D’altronde, un’archetipo del genere si era mostrato già in una delle prime e rare pellicole classiche coreane: il noir Hanyeo (Kim Ki-young, 1960) — e il suo remake The Housemaid (Im Sang-soo, 2010) — trasformava l’adulterio tra una domestica e il padrone di casa in un violento melodramma sulle asimmetrie di potere. Una metafora pioneristica che evidenziava un amaro assioma del Paese: in Corea, i privilegiati cucchiai d’oro non si accontenteranno mai di esercitare silenziosamente il loro predominio, ma continueranno a sancire la rovina dei cucchiai di fango attraverso il disprezzo di ogni singolo sguardo.

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Pubblicato il:

11 Ottobre 2026

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