La Fata di Bruno Bigoni e Luca Schilirò

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Il Torino Underground Cinefest conclude la sua tredicesima edizione con un documentario dalla sezione Italian Showcase. Indipendenza e atipicità sono i tratti distintivi del festival, non è quindi casuale la scelta di quest’opera per la serata di chiusura.
La fata (2026) di Bruno Bigoni e Luca Schilirò segue la storia di Isabella, una giovane digital sex worker specializzata nella dominazione. Gli aspetti fantasy e grotteschi che definiscono l’atmosfera generale non intaccano la curiosità dello spettatore, al contrario, entrano in contrasto con la sensazione di delicatezza che progressivamente lo avvolge. Nemmeno lo shock iniziale che può provocare il racconto degli affari e della logistica del servizio sessuale – che non riguarda rapporti intimi, ma principalmente il gioco di ruolo – compromette il tentativo registico di creare empatia con Isabella, restituendole complessità e, soprattutto, umanizzandola. Si finisce persino per comprendere perversioni abitualmente etichettate come squallide, che qui si rivelano invece ancorate ad emozioni, fragilità ed esperienze profonde, talvolta traumatiche. Sembra quasi che una professione spesso criticata possa assumere la forma di una terapia sentimentale e che l’ambiente che la circonda sia fondato più sull’affetto che sul profitto.
Per arrivare a questo tipo di deduzioni, i registi mettono in scena due questioni che si rincorrono, pur mantenendole su binari separati. Da un lato, si osserva il tipo di clienti che contattano Isabella o che la incontrano abitualmente: viene cercata soprattutto da uomini che desiderano essere schiavizzati, che la pagano per avere il controllo completo o per sottoporsi a pratiche di umiliazione. Eppure, la personalità di Isabella non sembra riflettere il ruolo di dominatrice: è ironica, compassionevole, e interpreta il proprio ruolo come una forma di cura, un modo per appagare persone i cui desideri, altrimenti, rischierebbero di rimanere inespressi. Dall’altro lato, emerge in modo graduale la natura delle insicurezze che hanno spinto la ragazza verso questo lavoro. Isabella soffre di una carenza di autostima e sostiene di non possedere la «black energy: istinto di sopraffazione, [in pieno] mistress style». Nonostante gli approfondimenti sulla sua sana esperienza familiare, che confutano la spiegazione più immediata e convenzionale, legata all’abbandono e al rifiuto, l’ambiente in cui vive emana una netta sensazione di cupezza e depressione. Il disordine, decisamente in contrasto con un’estetica esageratamente femminile e d’ispirazione manga, viene interpretato dalla ragazza come la rappresentazione della sua costante condizione di solitudine e disagio. Racconta di sentirsi sempre ai margini dei rapporti umani, in bilico tra il non sentirsi abbastanza e il rischio di essere manipolata. Eppure, sono proprio i rapporti perversi coi suoi clienti a darle manforte: immersa in un mondo in cui nessuno «sembra davvero trasparente», lo spazio segreto che si crea tra lei e quegli uomini le offre, in qualche modo, una forma di autodeterminazione. Non giudica i clienti, anzi, li “salva”, offrendo loro affetto e la possibilità, a loro volta, di sentirsi realizzati. Grazie allo sguardo registico ravvicinato, si scorge così una dinamica di scambio reciproco, in cui le perversioni degli uomini si trasformano in ambigui acts of service e la ragazza in una «compagna di giochi».
Sorge spontanea una riflessione: se sessualità e autostima sono così intrinsecamente collegate, la questione finisce per galleggiare sulle acque dell’immaginario e del rapporto tra “io” e “l’altro”. Forse il vero io non è la versione ideale che tutti inseguono, ma ciò che continuano ad essere nonostante i buoni propositi di cambiamento. Forse, se ci fosse maggiore onestà tra gli individui, alcuni non sentirebbero il bisogno di appagarsi facendosi letteralmente trattare come spazzatura. Forse dichiararsi vincitori o sconfitti è un vincolo difficile da scardinare, un’idea più facile da aggirare che da abbandonare. Cos’è la vergogna, e qual è il suo vero scopo?
All’interno di un ambiente in cui sembra regnare il degrado, emerge una commovente rivelazione. Di Isabella si potrebbe dire che fa della propria insicurezza un business, ma sarebbe solo parzialmente vero. Isabella è, piuttosto, una persona che rifiuta la cattiveria, quasi come se vivesse in una bolla di infantile nostalgia. Il mondo degli adulti è ingiusto, incute timore, è incontrollabile. Nei ritagli di realtà in cui accoglie i suoi clienti, Isabella costruisce allora una dimensione alternativa: uno spazio in cui nessuno è sbagliato, in cui né la morale né il successo determinano la validità di una persona o l’attenzione che merita. Isabella racconta che i compagni che ha avuto si vergognavano di lei e che nessuno volesse ricevere amore, ma soltanto vedere smentite le proprie insicurezze: non appena si fossero sentiti amati, sarebbero scappati. Isabella ha scelto il lavoro di mistress per ritrovare sé stessa, ma è finita per trovare qualcosa di ancora più sorprendente: i valori degli umani sono contestualizzati alle epoche e alle culture, mentre il bisogno di essere visti e accettati per ciò che si è riflette una vulnerabilità universale.
Si dice che l’amore sia una forma di cura. Eppure, esistono forme di dedizione ancora incomprensibili alla maggior parte delle persone. È proprio con questo film che i registi, insieme al Torino Underground Cinefest, scelgono di aprire uno spiraglio ulteriore su una questione tanto delicata quanto liberatoria: cosa succede quando smettiamo di giudicare ciò che non comprendiamo e iniziamo, semplicemente, a guardarlo da vicino?
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