Serpenti di Roberto De Paolis Maino

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Un uomo, un omicidio, una confessione. Non c’è alcun mistero da risolvere, il crimine è chiaro, ma in Serpenti di Roberto De Paolis Maino anche un femminicidio diventa una mera pratica amministrativa da sbrigare. Trascinato nei vortici della burocrazia, Paolo Marra (Leonardo Lidi) passa da una sala d’attesa all’altra, da un ufficio all’altro, cercando qualcuno disposto ad ascoltarlo. Perché in un Paese capace di trovare una procedura per ogni evenienza, persino un omicidio può essere messo in attesa.
Il film si apre con la confessione del protagonista, che ammette di aver ucciso la moglie guardando direttamente in camera. È seduto al centro dell’inquadratura, stretto tra i montanti della finestra che, alle sue spalle, disegnano una croce, ripresa poco dopo anche all’interno del commissariato. Un lento zoom-in sembra avvicinarci alla sua colpa, mentre Leonardo Lidi la porta addosso con una fisicità continuamente contratta: tic, movimenti nervosi, pesantezza nei gesti. Lui stesso ha deciso di mettersi in croce, di dare ascolto al proprio senso di colpa, ma il suo corpo non riesce a trovare il proprio spazio e la sua voce non riesce a trovare ascolto.
Dalla scelta di costituirsi, Marra inizia un percorso attraverso sale d’attesa, corridoi, scale e uffici, dove la sua confessione sembra non riuscire ad avere la priorità su moduli da compilare ed emicranie. Anche il tempo sembra essersi inceppato: la stazione di polizia e il bar che funge da distaccamento ufficioso della centrale evocano un’Italia degli anni Settanta, immersa in un presente sospeso. A riportarci alla contemporaneità sono solo i titoli della cronaca sportiva, che sulle pareti del commissariato sembrano avere la stessa importanza del crocifisso e dei manifesti celebrativi della polizia.
Le prospettive centrali e le inquadrature strette, così come la giacca di qualche taglia più piccola e la cravatta, comprimono il protagonista in una gabbia fatta di un’eterna attesa, vero e proprio protagonista invisibile del film. Così anche noi restiamo lì, sospesi ad aspettare personaggi che entrano ed escono dalla storia una sola volta, come apparizioni in un Pinocchio deformato.
La tipica scrittura dei fratelli D’Innocenzo porta la pellicola verso una commedia dell’assurdo costruita attorno a tre figure che, in modi completamente diversi, sembrano offrire a Marra una via d’uscita. Il poliziotto che lo interroga, interpretato da un ottimo Alessandro Borghi, è l’emblema della burocrazia, di uno Stato incapace di ascoltare e di essere vicino al cittadino. L’unica preoccupazione è «non incartarsi» e ogni responsabilità viene scaricata sul singolo. Immerso in un’atmosfera noir, entra poi in scena l’avvocato, una figura che pare essere cucita addosso a Pietro Castellitto: il legale incarna la deresponsabilizzazione, la capacità tutta italiana di trovare una via d’uscita, una furbizia per non rispondere delle proprie colpe. Infine, la cartomante (Valeria Golino) è l’unica a dare ascolto ai sentimenti di Marra e a far emergere il vero Paolo. Nella surrealtà della vicenda, è paradossalmente l’unica capace di dare una risposta.
Qui arriva la frattura. Per tutto il film siamo portati a empatizzare con il protagonista: chi non si è trovato almeno una volta a sbattere contro procedure obbligate? Persino il bar ha un iter preciso per ordinare e anche noi diventiamo vittime della stessa burocrazia che imprigiona Marra. Poi, durante un semplice viaggio in autobus, qualcosa si incrina: scopriamo che Paolo è un misogino. E a quel punto non importa più quanto lui soffra, ma che cosa pensa della donna che ha ucciso.
«Uccidere la moglie è ormai un trend», commenta l’avvocato con una leggerezza agghiacciante. De Paolis Maino costruisce così una commedia che finisce per parlare dell’incapacità di una società di impedire che il femminicidio diventi una pratica come le altre. La difficoltà per una donna passa anche da qui: dal conquistare uno spazio in un sistema capace di trovare una procedura per tutto, tranne che per fermarsi davanti alla violenza maschile.
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