Alla 29esima edizione del Festival CinemAmbiente, il Concorso Documentari ha offerto una panoramica ampia e sfaccettata delle forme in cui si declina il rapporto tra essere umano e natura. Pur esplorando condizioni, prospettive e conflitti differenti, i lungometraggi in gara presentano la stessa riflessione di fondo: la nostra abitudine a dare per scontato il mondo così come lo conosciamo. Spesso dimentichiamo che ogni paesaggio, equilibrio ed ecosistema è in realtà il risultato della costante interazione tra umanità e ambiente, nonché dell’impatto della prima sul secondo.
In questa cornice comune, Arctic Link (2026) di Ian Purnell segue il viaggio della colossale nave incaricata di posare i cavi in fibra ottica che rendono possibile Internet. Da questa base, il film procede nella sua riflessione su due binari paralleli. Da un lato, mostra l’imponenza di un’infrastruttura percepita quasi come magica, capace di connettere tutti a tutto e di moltiplicare infinitamente la conoscenza: sebbene l’avvento del web sia un fenomeno epocale, la sua esistenza è molto più concreta e tangibile di quanto siamo abituati a immaginare. Dall’altro, il documentario esplicita come tutto ciò venga reso possibile dall’elemento umano: persone dedite a un lavoro fuori dal comune, spinte a “colonizzare” anche gli angoli più remoti del Pianeta, lontane da casa e dagli affetti per lunghi periodi. La quotidianità a bordo alterna operazioni estremamente delicate o manutenzioni a momenti di svago, attraversati da una surreale sensazione di isolamento. I membri dell’equipaggio appaiono disintossicati dalla dipendenza digitale, eppure alienati da una profonda solitudine. Il contrasto tra la cultura dell’egocentrismo che domina il mondo online e lo sforzo invisibile di questi lavoratori invita lo spettatore a interrogarsi su cosa rimanga davvero della natura umana. Se la nostra specie è sopravvissuta nei secoli grazie alla cooperazione, a cosa serve oggi una rete che sembra offrire perlopiù stimoli superficiali e dissocianti? L’impressione è quella di un cortocircuito contemporaneo, il cui potenziale relazionale resta ancora in sospeso.
Spostando il focus sulla manipolazione del paesaggio, si passa a Desert Passages (2025) di Kevin Brennan e Laurence Durkin. Il documentario risale le sponde del fiume Colorado, ripercorrendo la nascita di una vasta porzione degli Stati Uniti. Dalla California all’Arizona, passando per il bacino del Colorado e l’Alabama, l’Ovest statunitense è stato costruito deviando corsi d’acqua e alimentando artificialmente enormi conglomerati urbani nel mezzo del deserto. Oggi, tuttavia, la crisi idrica rende evidente l’insostenibilità di quel modello. Se all’inizio della colonizzazione quest’area appariva agli invasori come un territorio ostile e improduttivo, nel tempo l’ingegneria ha creato condizioni di abbondanza artificiale: un luogo dalle potenzialità apparentemente infinite, assurto a simbolo della libertà americana. Un’illusione contro cui le popolazioni Navajo e Hopi avevano invano messo in guardia i coloni, avvertendoli di non sottovalutare la natura, destinata prima o poi a riprendersi — o prosciugare — tutto ciò che era stato costruito. Ancora oggi, sotto le insegne dell’innovazione ecosostenibile, il Landscape Evolution Observatory (LEO) di Tucson adopera tecnologie all’avanguardia per ricreare fenomeni fisici e piegare l’ambiente alle esigenze umane, anziché il contrario. Il dilemma etico sui limiti della nostra ingerenza sul corso degli eventi naturali rimane così drammaticamente aperto.
Le conseguenze di questo distacco trovano espressione in Social Landscapes (2025) di Jonas Meier, che mostra il risultato forse più evidente dell’evoluzione contemporanea. Gli individui dipendono ormai da Internet al punto da aver perso quasi del tutto la propria connessione con l’ambiente, arrivando a recensire i paesaggi come fossero banali servizi, secondo una logica di consumo tanto grottesca quanto ormai familiare. La comodità soppianta la bellezza e perfino i luoghi carichi di spiritualità si riducono in semplici fondali da fotografare e pubblicare sui social media. Emblematico, in tal senso, è il confine indo-pakistano: un’area ancora segnata da forti tensioni geopolitiche in cui ogni giorno le coreografie militari si sono trasformate in uno spettacolo che attira fino a trentamila “spettatori”. Di fronte a questa mercificazione, sorge spontanea una domanda: da cosa dipenderà il progressivo ridimensionamento della coscienza umana?
Nuisance Bear (2026) di Jack Weisman e Gabriela Osio Vanden, ambientato in Canada, racconta invece l’antica migrazione degli orsi polari, oggi ostacolata dal turismo, dall’urbanizzazione e dalla tradizione locale della caccia. Seguendo il viaggio di un singolo esemplare, il documentario illustra come il cambiamento climatico e la presenza dell’uomo disorientino l’animale, svelando un’approccio profondamente antropocentrico del territorio. Il continuo e paradossale scontro di esigenze tra Inuit e turisti dimostra chiaramente la tesi finale dell’opera: l’estinzione delle specie è soltanto una sintomo, non la causa. La radice del problema risiede nell’incapacità umana di coesistere con il resto delle forme viventi senza instaurare dinamiche di dominio, prepotenza e controllo. Insignito del Premio Piemonte Parchi e del Premio Asja, il documentario rappresenta un ideale ponte tra i titoli trattati in precedenza e le successive opere in rassegna.
Le ultime due pellicole in gara affrontano la questione ambientale attraverso prospettive opposte e complementari. Time and Water (2026) di Sara Dosa è un prezioso lavoro d’archivio che ripercorre la storia e le tradizioni islandesi, offrendo un parallelismo tra la memoria e i ghiacciai: proprio come negli strati di ghiaccio rimangono intrappolate molecole d’aria millenarie utili a ricostruire il passato, così le immagini custodite negli archivi rievocano i ricordi. È profondamente commovente seguire le vicende della famiglia della voce narrante, una stirpe di scalatori ed esploratori capaci di “leggere” il ghiacciaio e, in maniera analoga, di dominare il tempo attraverso l’archivio. Le emozioni umane riaffiorano con forza e facilità, rivelandosi universali e indifferenti al passare delle varie epoche. Il narratore riflette sul rapporto quasi esistenziale tra gli islandesi e i loro giganti bianchi: «L’inquietante tranquillità della morte di un ghiacciaio è come un’estate arrivata e mai finita […] Forse ci trasformiamo come forma di mantenimento: i nostri ghiacciai diventeranno i vostri oceani?». Le sue parole sembrano evocare un mondo che, di fatto, sta già svanendo, dove il semplice atto di dire addio diventa una potente forma di connessione. Se le civiltà amano percepirsi come distanti e diverse tra loro, è proprio la crisi climatica a ricordarci quanto siamo parte dello stesso pianeta. Il documentario suggerisce che parlare di riscaldamento globale abbia qualcosa di mitologico — «generational memory is the closest experience for humans of the death of time» — perché, esattamente come accade con gli archivi, è il racconto a permettere di toccare il senso del tempo. Nei cicli naturali, primo fra tutti quello dell’acqua, si nascondono i fili invisibili che uniscono antenati e discendenti. Oggi, però, il “nastro” di questi documenti sembra aver smesso di registrare: potrebbe non rimanere più nulla. Imparare a dire addio, tuttavia, non significa affatto rinunciare a prendersi cura di ciò che resta.
Chiude il concorso Underland (2025) di Robert Petit, con ogni probabilità il documentario più insolito della selezione. Si tratta di una discesa immersiva nel sottosuolo, dove «niente è familiare e tutto è strano». Dalle grotte dello Yucatán, esplorate alla ricerca delle tracce dei rituali Maya, fino ai sotterranei urbani e ai laboratori custoditi lontano dalla luce del sole, il film mostra un mondo in cui le lancette sembrano scorrere secondo regole aliene, come se le epoche rimanessero intrappolate una dentro l’altra. Nelle profondità della terra tutto è interconnesso e trascende la Storia, lasciando lo spettatore davanti a un interrogativo tanto semplice quanto vertiginoso: «Che tipo di antenati saremo noi?».
Nel suo complesso, il Concorso Documentari della 29esima edizione restituisce un’atmosfera insieme nostalgica ed energizzante, ribadendo che gli esseri umani plasmano il mondo naturale e, allo stesso tempo, ne sono profondamente plasmati. Quando comprenderemo che la collaborazione è più efficace dello scontro? Invitando il pubblico a immaginare un futuro alternativo e possibile, il Festival CinemAmbiente si riconferma pioniere di una riflessione che non è più soltanto urgenza, ma imprescindibile necessità.
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