Dopo la guerra, fu il neorealismo a farmi capire che potevo fare qualcosa.
La figura dello sceneggiatore è spesso relegata a un’attenzione secondaria all’interno dei discorsi riguardanti l’opera filmica, anche se alcuni di questi autori hanno svolto un ruolo di primo piano nella costruzione dell’immaginario popolare. In tale schiera rientra Piero De Bernardi, tra i più prolifici sceneggiatori della commedia all’italiana, capace di raccontare, attraverso la propria vena satirica, l’evoluzione culturale, politica e sociale del Paese. A cento anni dalla sua nascita, la monografia intende analizzare il ruolo che egli ha svolto tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta per la commedia italiana (e non solo), terreno fertile su cui lo sceneggiatore ha saputo intrecciare un’acuta osservazione del reale a un umorismo che va ben oltre la semplice risata.
Piero De Bernardi nasce a Prato il 12 aprile 1926 e durante gli studi classici inizia a scrivere piccoli racconti. A 14 anni lascia la scuola a causa della guerra per poi trasferirsi, a fine conflitto, a Roma, dove lo sceneggiatore Giuseppe Mangione gli offre la sua prima opportunità lavorativa nel mondo del cinema. Ma è l’incontro con Leo Benvenuti a segnare la vera svolta, dando vita a un sodalizio destinato a durare circa cinquant’anni.
La collaborazione tra i due inizia con Le ragazze di San Frediano (Valerio Zurlini, 1955), trasposizione del romanzo di Vasco Pratolini in cui viene restituito un ritratto corale di cinque ragazze che, ognuna con le proprie specificità, si oppongono al dongiovanni Bob. La superiorità morale – e fisica – espressa dai personaggi femminili attraverso la sceneggiatura sottolinea l’emersione di una nuova femminilità dinamica, che resiste e al tempo stesso cerca i propri spazi di indipendenza.
Nel 1957 De Bernardi sceneggia Guendalina (Alberto Lattuada), al fianco del fidato Benvenuti, Jean Blondel e dello stesso Lattuada. Nastro d’argento per il miglior soggetto e per la miglior sceneggiatura, il film segue una giovane scontrosa che, in vacanza a Viareggio con i genitori, inizierà a conoscere sé stessa grazie alla relazione sentimentale con il coetaneo Oberdan. Attraverso i dialoghi e la forza della protagonista, la sceneggiatura restituisce la fotografia di una femminilità sospesa tra infanzia e adolescenza che tenta di scoprire la propria autonomia rispetto all’ambito familiare.
Quattro anni più tardi, De Bernardi sceneggia La ragazza con la valigia (Zurlini), film in cui Claudia Cardinale veste i panni di Aida, una donna armata di sola speranza; la protagonista, infatti, è alla ricerca di dignità personale e sincerità, in mezzo a un universo maschile che spesso l’ha usata come oggetto del proprio desiderio e poi abbandonata.
La sceneggiatura fa qui emergere un personaggio femminile ancora in transizione, definito non tanto dalle azioni compiute, quanto dal suo approccio con gli uomini. Attraverso pause riflessive che accentuano la drammaticità esistenziale, la scrittura del personaggio fa in modo che le situazioni vissute dalla donna sottolineino la sua posizione marginale rispetto all’universo maschile in cui si muove: in questo senso, Aida si configura come un’ideale prosecutrice dei desideri delle ragazze di San Frediano.
A confermare l’attenzione di De Bernardi verso l’emancipazione femminile è Filumena, la protagonista di Matrimonio all’italiana (1964). Tratto dalla commedia teatrale Filumena Marturano di Eduardo De Filippo, il film diretto da Vittorio De Sica vede De Bernardi (con Benvenuti, Castellani e Guerra) cofirmare una sceneggiatura che esalta la definitiva vittoria della donna nei confronti dell’uomo.
Il lavoro degli autori emerge soprattutto nella volontà di ampliare la matrice teatrale originale, raccontando l’intera evoluzione del rapporto tra Filumena e Domenico fin dal momento in cui si sono conosciuti (e non a partire dal finto malessere della donna). Questo permette di dare risalto all’evoluzione dei due protagonisti facendo emergere il pieno rovesciamento dei ruoli: Filumena si impone come una figura conscia della propria dignità e del proprio status sociale, mentre Domenico rimane un inetto ancorato a una mentalità retrograda e maschilista. Una vendetta che la sceneggiatura trasforma in affermazione identitaria.
Un altro personaggio femminile consapevole di poter soggiogare l’uomo a suo piacimento fa la sua comparsa l’anno successivo quando De Bernardi, insieme a Leo Benvenuti, sceneggia Monsignor Cupido (Mauro Bolognini), episodio presente all’interno del film collettivo Le bambole. Tratto da una novella del Decameron, l’episodio mostra attraverso il personaggio di Beatrice una femminilità pienamente consapevole del proprio potere seduttivo, concludendo il percorso di emancipazione iniziato nel decennio precedente.
Attraverso la beffa e con il proprio corpo, la nuova femminilità porta a una crisi della tradizionale figura maschile. Infatti, con gli anni Settanta, i “vitelloni” di Fellini sono solo un lontano ricordo e la rappresentazione del maschio italiano muta radicalmente: non più giovani che cavalcano l’onda del dopoguerra, ma uomini che ne subiscono le conseguenze. Ecco allora che De Bernardi usa la sua arma, la risata, per mascherare il dramma sociale in cui sprofondano i protagonisti delle sue opere-simbolo: Fantozzi (Luciano Salce) e Amici miei (Mario Monicelli), entrambe realizzate nel 1975.
Insieme a Benvenuti, Salce e Paolo Villaggio, De Bernardi scrive per Fantozzi un personaggio grottesco, estremizzazione dell’italiano medio degli anni Settanta: un uomo della piccola borghesia schiacciato da una società consumistica invivibile, sprofondato in una condizione alienante in cui il denaro si è sostituito all’umanità. Il personaggio di Paolo Villaggio è lo specchio del suo tempo, l’emblema di una generazione tradita dal progresso che esorcizza con la risata la condizione estraniante dell’uomo “nuovo”. “Il ragioniere” è la tela su cui De Bernardi dipinge tutto il suo disincanto nei confronti dell’italiano nell’era iper-industriale.
«Una storia sull’amicizia. Erano tutti amici nostri quelli lì»: così dichiara De Bernardi a Giovanni Bogani riguardo ad Amici miei, probabilmente il suo lavoro più intimo, da cui nascerà anche un romanzo nel 1976. Nel film – diretto da Monicelli, ma nato da un progetto di Germi – Benvenuti, Tullio Pinelli e De Bernardi inseriscono un umorismo irriverente di matrice toscana che farà nascere dei cult della comicità (come le supercazzole di Tognazzi). Gli sceneggiatori costruiscono degli “adulti-giovani” che utilizzano la risata per mascherare una condizione, quella borghese, ormai svuotata da qualsiasi impulso vitale, mostrando il declino di uomini diventati ricchi grazie al miracolo economico, ma rimasti poveri interiormente e incapaci di trovare il proprio posto nel mondo.
La carriera di De Bernardi, che continuerà fino ai primi anni Duemila, restituisce uno sguardo lucidissimo, ironico ma mai superficiale, in grado di intercettare con drammatica perspicacia i mutamenti che hanno caratterizzato l’Italia dal dopoguerra. Raccogliendo l’esperienza del neorealismo e plasmandola nella forma della commedia all’italiana, egli è riuscito a raccontare sia l’evoluzione di una femminilità alla ricerca dei nuovi spazi di libertà, sia l’involuzione della figura tradizionale maschile, sempre più schiacciata dall’avvento del modello consumistico americano.
Parlare di De Bernardi significa riconoscere il ruolo svolto da chi ha messo a nudo l’Italia(no), un artista in grado di usare la risata come strumento catartico per rivelare le contraddizioni di una società che, mentre si arricchiva economicamente, si impoveriva dal punto di vista umano. In questo modo De Bernardi è riuscito a “fare qualcosa”: trasformare la commedia in uno specchio sociale in cui gli italiani non potevano fare a meno di riconoscersi, superando il mero intrattenimento per restituire la testimonianza di un acuto osservatore del suo tempo e degli italiani che lo hanno attraversato.
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