L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho

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L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho

Per narrare la realtà storica nella sua complessità sociopolitica, senza però cedere a semplificazioni e polarizzazioni, la scelta cinematografica più opportuna risiede spesso nel mantenersi volutamente indefiniti, quasi distaccati. Nel dramma L’agente segreto, pluripremiato al 78° Festival di Cannes, il regista e sceneggiatore Kleber Mendonça Filho sembra adottare proprio questo approccio.

Ambientato nel 1977 in Brasile, durante gli ultimi anni della dittatura militare, il film segue Armando (Wagner Moura), dissidente politico costretto a vivere sotto il falso nome di Marcelo. Ex-professore e ricercatore, Armando è stato costretto alla fuga dopo essersi rifiutato di vendere un brevetto ad un industriale elettrico colluso con il regime. Invischiato in una spirale di vendette personali e braccato da sicari, l’uomo si nasconde in una casa rifugio a Recife, nel nord del paese. Qui non può che attendere e sperare di riuscire a procurarsi due passaporti falsi e poter finalmente scomparire all’estero insieme al figlio.

Con una struttura vagabondante che si muove nel tempo e nello spazio, L’agente segreto mostra scorci su vari aspetti sociali e storici, mentre nella cornice narrativa situata nel presente, due giovani studentesse, riscoprendo vecchi articoli di giornale e digitalizzando i nastri con le testimonianze di Armando/Marcelo, tentano di ricomporre il puzzle della vita del protagonista. La sua storia si configura così come una ricostruzione concettuale, un mosaico basato su fonti incomplete, contraddittorie e vaghe. Nelle interviste e nei documenti mancano frammenti e dettagli, e di conseguenza parti della trama sembrano deliberatamente mancare nel film stesso.

Questi archivi sono un imperfetto racconto collettivo, un tentativo di rappresentare l’identità di una nazione mescolando la soggettività delle esperienze con fonti eterogenee (trasmissioni radiofoniche, film e canzoni dell’epoca e comprovati fatti di cronaca). L’opera si presenta dunque come una profonda riflessione sulla memoria storica, ammantando ogni evento con una fumosa aria di mistero.

I traumi che tormentano il sonno di Armando sono gli stessi che ancora riecheggiano nel Brasile contemporaneo, un paese le cui fondamenta poggiano su questioni irrisolte e mai realmente indagate. Non sorprende che nell’era post-Bolsonaro, ancora segnata dall’ultra nazionalismo e dell’anti-intellettualismo, Mendonça Filho abbia sentito l’urgenza di girare un film che onori gli storici, i giornalisti e i ricercatori come i veri eroi del passato e del nostro presente.

L’agente segreto è un lento dramma elusivo che spazia dal thriller politico alla tensione del neo-noir. Nelle sue quasi tre ore di calma suspence, con un protagonista in fuga e pericoli ad ogni angolo, il film si rivela una spy story solo di nome. Kleber Mendonça Filho sembra aver trovato la sua risposta stilistica negli erratici e spaesati thriller anni ’70, richiamando opere di maestri quali Robert Altman, l’Antonioni di Professione: reporter (1975), il Coppola di La conversazione (1974), e il Costa-Gavras di Z (1969).

La fotografia, luminosa e dai colori saturi, infatti, si apre spesso ad ampi panorami rarefatti o ci mostra il movimentato caos della calca urbana. Le atmosfere sono macchiate da tinte di surreale: un gatto a due volti, un uomo che danza minaccioso con una folkloristica maschera da orso e una gamba umana mezza masticata che sembra infestare la città. Tutto è immerso nell’estasi del carnevale, una festività che miete un centinaio di vittime nell’indifferenza generale.

Il film è principalmente interessato a mostrare il tessuto sociale brasiliano, offendo immagini ricche di dettagli e personaggi. Tuttavia, le figure che incontriamo – dai rifugiati politici a chi li protegge e aiuta – seppur presumibilmente di forte schieramento ideologico, non esprimono mai opinioni esplicite. Vediamo dissidenti e ribelli che, come il protagonista, intuiamo essere perseguitati dalla dittatura, dalla polizia, da criminali o da entità occulte, ma senza che vengano esplorati i motivi e le dinamiche dietro la loro condizione. È un mondo abitato da personaggi che sono costantemente in pericolo – in fuga, nascosti – supportati da una rete di appoggio in grado di procurare passaporti e avere informazioni, ma di cui ignoriamo chi essi siano o come operino.

Lo stesso Armando, un uomo volutamente non armato, non si definisce mai come dissidente politico. Tuttavia, quando si inalbera nel vedere la sua università perdere fondi e ricercatori, noi ne leggiamo un confronto sempre più teso con le ombre del potere. Tocca allo spettatore cogliere i segnali di una connessione tra la corruzione della politica, il denaro sporco delle industrie private favorite rispetto agli enti pubblici, e riconoscere la frattura storica tra lo sfruttato Nord del Brasile e il governante ricco Sud.

La trama esiste puramente nel sottotesto, alludendo a situazioni e posizioni politiche senza mai delinearle. Il film evita così di proporre un’analisi approfondita, limitandosi a un consenso di base: la dittatura è il male e gli omicidi non dovrebbero avvenire.

In una certa misura, l’opera ricade nello stesso problema del brasiliano Io sono ancora qui (Walter Salles, 2025), che narrava dell’attivista Eunice Facciolla e del rapimento e omicidio del marito Rubens Paiva, ex-deputato laburista, trasformando l’intera vicenda politica in un melodramma puramente interessato ai traumi emotivi.

A differenza di Salles, però, Mendonça Filho sembra voler far percepire allo spettatore come ci si senta a vivere sotto una dittatura, costantemente sorvegliati e in pericolo, normalizzando la violenza che ci circonda. Il film esplora come noi reagiamo all’interno di un sistema oppressivo, adeguandoci in sottomissione o resistendo. In questo senso, la vaghezza del film riflette l’ansiosa precarietà dei suoi personaggi.

L’agente segreto è, in definitiva, un film sull’importanza di comprendere l’identità e la storia, sia personale che nazionale; un tentativo di ricostruire le esperienze di coloro la cui esistenza è stata cancellata dalla dittatura. Non è un caso che come copertura Armando/Marcelo scelga di lavorare all’anagrafe, cercando disperatamente un qualsiasi documento che possa testimoniare l’esistenza della sua defunta madre, anch’essa una donna senza storia né ragioni.

Neanche i continui riferimenti a Lo squalo (1975) di Spielberg paiono affatto casuali. L’agente segreto illustra, infatti, come uno stato autoritario si muova minaccioso, simile a uno squalo predatore, facendo improvvisamente scomparire chiunque voglia negli abissi. Mentre coloro che sono rimasti al sicuro, in vita sulla sabbia, non possono far altro che osservare da lontano la scia di sangue, senza mai aver la certezza di cosa sia realmente avvenuto nel burrascoso oceano.

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Pubblicato il:

31 Gennaio 2026

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