The Garden of Earthly Delights di Morgan Knibbe

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The Garden of Earthly Delights di Morgan Knibbe

Allucinazioni floreali anestetizzano il dolore del piccolo Ginto (JP Rodriguez), undicenne criminalizzato che sogna la vita da narcotrafficante e fratello di Asia (Francesca Dela Cruz), la giovane sognatrice di un futuro europeo obbligata a prostituirsi per ottenere i documenti necessari al viaggio. Dall’altra parte della strada, un hotel di lusso ospita il villeggiante Michael (Benjamin Moen), solo nel quartiere degradato dopo una delusione d’amore e troppo fragile per resistere alle tentazioni dell’Eden a luci rosse che gli si materializza davanti. Nel paradiso terrestre delle indulgenze fisiche che è la Manila notturna, le loro storie si intrecciano in un labirinto in cui tutti i piaceri materiali di bassa qualità possono essere ottenuti senza particolari sforzi, accessibili come un’oasi piena di meraviglie e senza recinzioni morali intorno. In questo terreno fertile alla malvivenza, The Garden of Earthly Delights (2025) — “Il giardino delle delizie terrene”, in riferimento al celeberrimo dipinto dell’olandese Hieronymus Bosch — viene alla luce nelle sue accezioni più fatiscenti e disgustose, toccando le esperienze dei sex workers spesso minorenni in modo irreversibile.

Anime dimenticate, i bambini che abitano le strade della tempestosa e profondamente contraddittoria metropoli filippina. Le vite spezzate di giovani ragazzi orfani, narcotizzate dalle droghe ottenute nei marciapiedi su cui versano, mostrano un Paese distrutto, gentrificato al punto di rendere impossibile anche la mera sopravvivenza di chi non può permettersi il lusso d’essere attrazione escursionistica. L’atmosfera cupa e quasi distopica della periferia intrisa di sudore febbrile comunica chiaramente una verità stomachevole: chi viene ignorato dalle politiche del post-colonialismo moderno è costretto lottare per la propria dignità davanti una delle crisi umanitarie più preoccupanti degli ultimi anni.

Le aspirazioni gangster dei bambini dimenticati nelle baraccopoli risultano quasi surreali di fronte all’agio in cui vivono i turisti bianchi, i quali, catapultati nei quartieri della prostituzione come visitatori consci di uno zoo del maltrattamento, viaggiano in macchine di lusso e sanno di poter avere qualsiasi cosa, pur pagando. La netta divisione spaziale fra l’interno delle loro aree di svago, protette e facoltose, e l’esterno dei bassifondi criminali delinea la visione profondamente critica del regista Morgan Knibbe e dello sceneggiatore Roelof-Jan Minneboo. Le politiche incuranti dei deboli continuano a vivere, attraendo gli stranieri paganti con esperienze dalla selvatichezza di fascino quasi circense — e traendo profitto dalla subdola ammirazione occidentale per il safari umano del turismo.

Ginto vive il suo sviluppo di persona queer e giovane criminalizzato come una lotta, interna ed esterna, che condivide con la performer Beyonce (Bunny Cadag), grande rivelazione di questa opera. «Rivedo molto della mia infanzia in questo film, ogni visione riapre ferite», dice l’attrice durante la presentazione in sala. «So bene che, a un certo punto, ti tocca scegliere se continuare a scoprirti o sopravvivere».

The Garden of Earthly Delights rappresenta sicuramente delle opere più interessanti mai presentate al Torino Film Festival, manifestandosi in tutta la sua grandiosità nella bellezza quasi colpevole di una verità crudissima, disumana, così tanto lontana dagli standard di vita agiata occidentali da far distogliere lo sguardo in preda al disturbo. Con una estetica profondamente radicata nel gangster movie asiatico (e l’attenzione cromatica e visiva di Wong Kar-Wai), il regista è in grado di dipingere un film mastodontico, importantissimo, toccando con delicatezza e senza giudizio tematiche dalla complessità inimmaginabile. La meravigliosa colonna sonora di Jose Antonio Buencamino accompagna il delirio visivo con sonorità vicine alle tradizioni autoctone, regalando un accompagnamento musicale e culturale di preziosissimo spessore autoriale all’opera e rendendo la visione una tra le più piacevoli di questo 43esimo Torino Film Festival.

Le aspirazioni gangster dei bambini dimenticati nelle baraccopoli risultano quasi surreali di fronte all’agio in cui vivono i turisti bianchi, i quali, catapultati nei quartieri della prostituzione come visitatori consci di uno zoo del maltrattamento, viaggiano in macchine di lusso e sanno di poter avere qualsiasi cosa, pur pagando. La netta divisione spaziale fra l’interno delle loro aree di svago, protette e facoltose, e l’esterno dei bassifondi criminali delinea la visione profondamente critica del regista Morgan Knibbe e dello sceneggiatore Roelof-Jan Minneboo. Le politiche incuranti dei deboli continuano a vivere, attraendo gli stranieri paganti con esperienze dalla selvatichezza di fascino quasi circense — e traendo profitto dalla subdola ammirazione occidentale per il safari umano del turismo.

Ginto vive il suo sviluppo di persona queer e giovane criminalizzato come una lotta, interna ed esterna, che condivide con la performer Beyonce (Bunny Cadag), grande rivelazione di questa opera. «Rivedo molto della mia infanzia in questo film, ogni visione riapre ferite della mia infanzia», dice l’attrice durante la presentazione in sala. «So bene che, a un certo punto, ti tocca scegliere se continuare a scoprirti o sopravvivere».

The Garden of Earthly Delights rappresenta sicuramente delle opere più interessanti mai presentate al Torino Film Festival, manifestandosi in tutta la sua grandiosità nella bellezza quasi colpevole di una verità crudissima, disumana, così tanto lontana dagli standard di vita agiata occidentali da far distogliere lo sguardo in preda al disturbo. Con una estetica profondamente radicata nel gangster movie asiatico (e l’attenzione cromatica e visiva di Wong Kar-Wai), il regista è in grado di dipingere un film mastodontico, importantissimo, toccando con delicatezza e senza giudizio tematiche dalla complessità inimmaginabile. La meravigliosa colonna sonora di Jose Antonio Buencamino accompagna il delirio visivo con sonorità vicine alle tradizioni autoctone, regalando un accompagnamento musicale e culturale di preziosissimo spessore autoriale all’opera e rendendo la visione una tra le più piacevoli di questo 43esimo Torino Film Festival.

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Pubblicato il:

29 Novembre 2025

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