The Key di Paul Sportiello

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Mediante una parabola narrativa che gravita tra le vite ai margini dei protagonisti, The Key (2025) – presentato in anteprima italiana alla tredicesima edizione del Torino Underground Cinefest – racconta con profonda ed efficace semplicità l’incontro di tre anime solitarie: Bruno (Bruno Clairefond), Alain (Alain Guillot) e Z (Sylka), vagabondando alla ricerca di un contatto che attesti la loro volontà di presenza emotiva negli occhi dell’altro. Apparentemente lontani nell’attitudine e nei comportamenti, i personaggi condividono la consapevolezza della propria esistenza come un respiro quieto, un vigore invisibile allo sguardo sociale.
Alla sua opera prima, il regista francese Paul Sportiello mette in scena un casuale e apparentemente insignificante incontro tra sconosciuti per sviluppare un discorso relativo alle silenziose conseguenze della solitudine, l’importanza della condivisione come testimonianza di sé e del proprio desiderio di essere visti, considerati e, in definitiva, riconosciuti. Alain, Bruno e Z vivono di appartamento in appartamento – sanno che non c’è vita per loro se non attraverso la totale assenza; ci risultano, a tutti gli effetti, come delle presenze fantasmatiche, un tutt’uno con le architetture delle dimore che occupano a passo felpato.
Tuttavia, nel seguirli, notiamo finalmente il germogliare in loro una vicinanza, un rapporto dove ci si ritrova l’uno nella solitudine dell’altro, ci si riconosce vulnerabili. The Key si ramifica così all’interno di un frammentario racconto fatto di volti, sussurri e complicità nelle complicanze di una vita sfuggente, dove ogni casa non è mai la stessa, ogni cibo è sempre diverso e il rapporto platonico tra i proprietari degli appartamenti e i protagonisti che li abitano a loro insaputa diventano una metafora funzionale alla disperata ricerca di una contiguità.
La regia del film esclude qualsiasi tipo di virtuosismo; piuttosto, rimane sempre fedele a quei volti, ai movimenti, ai tentativi di contatto fisico, alla condivisione di ogni sguardo. Non invade, non giudica. Anzi, riconosce una certa dignità nei corpi stanchi, spaesati e costretti ad annullare la propria individualità. Si può quasi dire che la macchina da presa rappresenti lei stessa un quarto soggetto: invisibile, curioso nel seguire le vite di questi soggetti con cautela e pacatezza. Sportiello sembra infatti costruire lo sguardo del film sulla medesima necessità di prossimità che muove i suoi protagonisti. I tempi dilatati, la misura dei gesti e l’attenzione riservata ai silenzi contribuiscono a una messa in scena che non cerca di descrivere i personaggi, quanto piuttosto di concedere loro il tempo necessario per esistere davanti alla macchina da presa.

Il bianco e nero incornicia perfettamente le dinamiche ritratte, spogliandole del superfluo, escludendo il mondo esterno così come quest’ultimo ha escluso i protagonisti. Gli ambienti, i corpi e gli oggetti sembrano appartenere a una dimensione altra, privata di qualsiasi elemento capace di ricondurre immediatamente quei personaggi a una precisa collocazione. La vera geografia della pellicola è piuttosto dettata dalle luci e le ombre che guidano nell’interiorità dei protagonisti: quanto più il contesto li emargina, tanto più Sportiello insiste nel guardali.
Poi c’è l’interpretazione di Zylka, sicuramente quella più sorprendente e interessante: nei panni di Z riesce ad incarnare la gentilezza di un uomo solitario attraverso una maschera d’ingenua consapevolezza. Nel suo volto convivono una sorta di candore e una lucidità dolorosa, come se ogni gesto apparentemente ingenuo nascondesse la piena coscienza della propria posizione nel mondo. Z non viene ritratto come un ladro o un criminale, ma come una persona che ha trovato il suo piccolo spazio a seguito del rifiuto, trasformando l’assenza nella possibilità di abitare con rispetto le dimensioni altrui.
Da questa prospettiva, l’incontro con Alain e Bruno risulta decisivo. Quella condizione di solitudine apparentemente definitiva ritrova nella loro casuale conoscenza un’alternativa importante. Non è tanto l’idea di un rapporto d’amicizia a deviare le sue convinzioni, quanto la possibilità – molto più semplice, ma radicale – di essere, appunto, presenti. La relazione tra i tre non ha bisogno di essere definita attraverso l’esplicito sentimento amicale o tramite una forma convenzionale di appartenenza – è sufficiente l’esserci, la condivisione di un pasto, uno sguardo che si prolunga, un corpo che accetta la prossimità di un altro corpo nella banalità di una pennichella. “Riesci a vedermi?” sono le ultime battute pronunciate dal personaggio di Zylka prima di svanire. Ed è qui che The Key sembra suggerire che il riconoscimento preceda persino l’affetto: prima di essere amati, desiderati o compresi, i protagonisti hanno bisogno di essere visti. Un gesto elementare che la regia dell’autore francese sceglie di trasformare nel centro emotivo del film. La speranza di Z, così come quella di Alain e Bruno, non coincide allora con il ritorno a una presunta normalità, ma con la consapevolezza che l’esistenza può acquisire valore nel momento stesso in cui trova qualcuno disposto a testimoniarla. Alla fine, cerchiamo solo qualcuno che possa vederci e, semplicemente, accettarci.
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