Regan di Panos Katsimperis

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Regan di Katsimperis

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Una giovane donna si divide tra lo studio universitario e una carriera già avviata come insegnante in un istituto d’arte. La sua vita procede in maniera mediocre, circondata da persone mediocri ed eventi noiosamente mediocri. Ogni conversazione che intrattiene la  tocca a malapena, lasciandole sempre spazio per sfuggire anarchicamente alle invadenze esterne, rifugiandosi nella mansarda arroccata di una mente profondamente insoddisfatta. La nascita di un figlio deforme, alieno per la madre e mostro per tutti gli altri, la condanna a una vita sdoppiata e ciononostante vissuta a metà, in cui il desiderio di nascondere il segreto vergognoso di una prole inguardabile inghiottisce ogni quotidianità regolarmente istituita nella sua vita aperta al pubblico.  E allora il trauma scaraventa sulla superficie del reale cristallino il motore interno della pancia della protagonista, dimora del feto e dei suoi disagi, che la spinge a rivoltarsi contro tutto ciò che conosce, contorcendosi per lo sforzo e, tuttavia, preservando la quieta noncuranza che è obbligata ad ostentare.

Con Regan, Panos Katsimperis mette in scena una testimonianza essenziale sulla ferocia con cui la vita può scagliarsi contro gli inermi navigatori intenti a percorrerla. Al suo quarto lungometraggio, il regista greco in concorso alla 13esima edizione del Torino Underground Cinefest incarna tutti i disagi e le contraddizioni che caratterizzano l’onda giovane di autori europei, portando sullo schermo la traumatica esperienza di una donna senza più niente per cui vivere.

Seguendo una narrazione a singhiozzi che non permette mai di collocare gli eventi in un ordine cronologico preciso – né tantomeno di stabilire quali si verifichino realmente e quali siano frutto di una dimensione oniricamente bugiarda – Katsimperis si addentra coraggiosamente nelle indecifrabili intemperie della depressione post partum, piaga che attanaglia senza pietà la vita di moltissime neo-madri e luogo ricorrente di viaggi alla ricerca (e continua dispersione) della propria individualità. La ragazza senza nome che attraversa il deserto della maternità, proprietaria originale dello sguardo donato alla macchina da presa, che si mantiene distante e dalle persone ed ignorante dei loro volti, affoga tra onde del suo malessere come un pennello in un barile di acrilico troppo annacquato. L’orrore che scaturisce dalle sue difficoltà viene vissuto da lei stessa in terza persona, distanziandosi psicologicamente dal presente nel tentativo di preservare quel poco di integrità che le rimane.

La regia senza scrupoli segue unicamente il corpo della protagonista, chiudendo il suo vissuto sfaccettato in una gabbia fisicamente impenetrabile, obbligandoci a vivere assieme a lei la sua prigionia virtuale. Ciononostante, rimane esplorata in maniera talvolta approssimativa la relazione che lega  il corpo martoriato della donna e la sua identità sessuale e più generalmente somatica, lasciando statico il discorso su un aspetto fondamentale della ricostruzione del sé postumo all’avvento della genitorialità. Contrariamente alla natura raccapricciante che dà forma alla pelle del figlio, il corpo della madre rimane un luogo di rivoluzione superficiale, in cui l’unica possibilità di liberazione prende vita nei casuali rapporti intimi che condivide con partner più o meno ricorrenti. La fisicità martoriata di un utero spezzato dall’atto più naturalmente brutale che ci sia perde dunque la sfumatura di crudele atrocità che la caratterizza, riducendo a semplice impulso sessuale e violento una figura dalle potenzialità più complesse.

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Pubblicato il:

3 Ottobre 2026

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