Nouvelle Vague di Richard Linklater

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Ripercorrendo le travagliate vicende produttive e l’urgenza espressiva di una delle opere più radicali della storia del cinema, con Nouvelle Vague (2025) Richard Linklater compie un sincero gesto di riconoscenza e gratitudine nei confronti di Jean-Luc Godard (qui interpretato da Guillaume Marbeck) e del suo rivoluzionario Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle, 1960), omaggiando al contempo tutti gli autori e le autrici che hanno animato la ribellione cinematografica francese. Del resto, non è difficile scorgere nell’impulsività, nel vagabondaggio e nella vaga incoscienza dei personaggi di Ethan Hawke e Julie Delpy in Prima dell’alba (Before Sunrise, 1995) una copia rielaborata del Michel Poiccard di Jean-Paul Belmondo e della Patricia Franchini di Jean Seberg (rispettivamente interpretati da Aubry Dullin e Zoey Deutch in Nouvelle Vague). L’ultima pellicola del regista texano esplora proprio questo: esistenze impulsive e libere dalle regole, in un racconto che parla di cinema, crescita e creativià.
Siamo nella Parigi di fine anni ‘50: tra i giovani critici francesi dei Cahiers du cinéma – François Truffaut, Claude Chabrol, Eric Rohmer, Jacques Rivette – fermenta un’aria di rivoluzione. Il film si apre proprio con l’anteprima mondiale de I 400 colpi (Les Quatre Cents Coups, 1959) di Truffaut al Festival di Cannes, uno dei principali tasselli che darà il via alla stagione di rinnovamento del cinema transalpino. All’interno della cerchia dei cosiddetti “giovani turchi”, tutti hanno già effettuato il passaggio dalla macchina da scrivere alla macchina da presa. Eccetto uno: Jean-Luc Godard. Quest’ultimo, il più anarchico del gruppo e ancora poco considerato al di fuori della sua militanza critica, dovrà provare a sé stesso di appartenere a questa rivoluzione.
Nel raccontare dall’interno la genesi produttiva di quello che diventerà il manifesto stesso della Nouvelle Vague, Linklater mette in scena un’opera meta-cinematografica diretta e aperta a tutti, come dichiarato esplicitamente dall’autore: «il mio film non è solo per chi già sa, ma anche per chi vuole imparare». Il regista statunitense ricostruisce passo dopo passo, con precisione documentaristica, le ambizioni e le incertezze esistenziali di un giovane Godard, attraverso cui lo stesso Linklater stabilisce un legame profondo: «è stato come tornare ventottenne al tuo primo film». Prende così forma un dialogo tra generazioni – passate, presenti e future – su cosa significhi essere giovani emergenti e su quanto coraggio richieda tracciare una tragitto personale quando ancora non si possiedono certezze, né strumenti consolidati.
Il risultato finale è un’ode al cinema e alle sue infinite possibilità espressive. Osservando la lavorazione di un’opera come Fino all’ultimo respiro, assistiamo alla messa in discussione di un’intera forma d’arte. In quei momenti sul set non ci troviamo solamente di fronte alla concretizzazione del movimento francese, ma al germogliare di tutte le successive New wave che, in ogni parte del mondo, avrebbero rivendicato libertà creativa, leggerezza produttiva e centralità dello sguardo autoriale. Nonostante l’importanza di questa responsabilità storica, si percepisce il divertimento da parte di Linklater nel restituire al pubblico un documento di cui lui stesso avrebbe voluto godere ai tempi dei suoi esordi registici, alle prese con i primi dilemmi dietro la macchina da presa. Il suo sguardo rifugge ogni tentazione museale: non c’è traccia di polvere accademica nella sua ricostruzione, ma solo entusiasmo, curiosità e un desiderio quasi pedagogico di condividere l’energia febbrile di quel momento. Linklater non mitizza Godard, predilige piuttosto umanizzarne le esitazioni e le intuizioni improvvise. Il genio perde i contorni dell’entità astratta per riappropriarsi della sua reale natura, nata da un lungo processo di tentativi, errori, improvvisazioni e incontri fortuiti.
Nel profondo, Novelle Vague è un film semplice, ma pieno d’amore. Nulla di nuovo viene svelato rispetto a ciò che già era noto sulla genesi del capolavoro godardiano, eppure assistere alla messa in scena delle sue dinamiche restituisce l’emozione di sfogliare un vecchio diario, scoprendo quanto ancora quelle pagine parlino al nostro presente. Scena dopo scena, il film assume la forma di una fotografia di famiglia in movimento: Linklater ci fa respirare quel set improvvisato, rendendoci parte di una troupe costantemente perplessa. Il suo è un atto di restituzione, un grazie definitivo a quella stagione del cinema che ha permesso a lui e a tutti i cineasti di abbracciare il dubbio come motore creativo. In quest’ottica, l’omaggio alla Nouvelle Vague diventa un invito universale: vivere significa accettare l’instabilità, trasformarla in linguaggio e, nonostante tutto, continuare a creare.
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