Le Cri des gardes di Claire Denis

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Presentato in anteprima alla 43ª edizione del Torino Film Festival, Le Cri des gardes (2025) rappresenta il ritorno alla regia di Claire Denis, riportandola ai territori – geografici e tematici – che attraversano il cuore del suo cinema. In particolare, il nuovo progetto della cineasta francese si configura come un capitolo importante e a lungo meditato della sua filmografia. Il lungometraggio mette in scena l’adattamento di una pièce che l’accompagna sin dagli esordi, Lotta di negro e cani (Combat de nègre et de chiens, 1979) di Bernard-Marie Koltès. Infatti, fu lo stesso drammaturgo, poco prima della sua scomparsa, a incoraggiarla a trasporre l’opera in forma cinematografica.
Decenni dopo, questo desiderio trova finalmente compimento: a 37 anni di distanza da Chocolat (1988), l’esordio che inaugurò il suo dialogo cinematografico con il continente africano, la regista torna nella terra in cui è cresciuta e alla quale ha dedicato alcune delle riflessioni più intense sul colonialismo.
Denis affronta la densità del testo di Koltès con rigore, adoperando una regia che privilegia il confronto ideologico e alimenta una tensione costante. Il film ruota attorno a un conflitto, politico e simbolico, inscritto nello spazio rituale di una recinzione: da un lato il pragmatico Horn (Matt Dillon), responsabile di un cantiere edile; dall’altro Alboury (Isaach de Bankolé), figura elegante e silenziosa, determinata a reclamare la salma del fratello operaio, morto sul lavoro in circostanze tutt’altro che trasparenti.

Tra i due prende forma una negoziazione notturna che si dilata in maniera analoga a un duello; un corpo a corpo verbale in cui emergono tensioni razziali, responsabilità morali, diritti di proprietà negati e il riverbero di un passato coloniale. Il film prosegue su un binario visivamente suggestivo e a tratti coinvolgente, ma sembra perdersi nella retorica di una narrazione discontinua ed eccessivamente verbosa, non riuscendo a restituire una disamina incisiva dei temi affrontati. A titolo d’esempio, la tensione tra i protagonisti, sebbene costruita con cura, tende a diluirsi in dialoghi circolari e spesso prevedibili.
A questi elementi poco convincenti, tuttavia, fanno da contrappunto intuizioni stimolanti: la notte che avvolge i personaggi come un presagio – grazie alla fotografia di Éric Gautier – e la recinzione che si rivela come metafora del confine. E ancora, la fisicità interpretativa di De Bankolé, la cui sola presenza scenica trasmette grande intensità sullo schermo.
È forse proprio questa forza intermittente a rendere Le Cri des Gardes un oggetto ambivalente: un’opera capace di evocare conflitti irrisolti, ma attraverso uno sguardo che non osa mai squarciare il velo della superficialità e affondare davvero il colpo.
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