Non puoi essere credibile se, recitando una parte in un film dell’orrore, te la ridi sotto i baffi… Se non sei serio, la gente lo capisce. Non importa quanto la parte sia altamente drammatica o ridicola tu ci devi credere[1].
Bela Lugosi condivide in un’intervista il suo segreto per una performance indimenticabile, trasmettendo sincerità e proposito di realismo. Il rischio però è quello di cadere nella gravità ostentata, uno dei principali difetti che i critici rimproverano alle sue performance.
Settant’anni fa si spegneva un’icona dell’horror cinematografico: Bela Lugosi, pseudonimo di Béla Ferenc Dezső Blasko. Nato nel 1882 a Lugos, in Ungheria, iniziò la sua carriera teatrale prima di trasferirsi negli Stati Uniti nel 1921 come rifugiato politico per poi approdare a Broadway. Poco dopo, nel 1927, venne ingaggiato per interpretare niente meno che il Conte Dracula. A fargli ottenere la parte, però, non furono solo le sue doti artistiche, bensì la scaltrezza con cui riuscì a convincere la vedova Stoker, Florence, ad abbassare il prezzo dell’acquisto per i diritti dell’opera. Il risultato? La casa di produzione Universal affidò a Lugosi la parte di Dracula nell’omonimo film del 1931.
La sua interpretazione si distingue per il rifiuto di una rappresentazione animalesca del vampiro che ora indossa una camicia bianca con i bottoni in madreperla e un elegantissimo frac. Entra in scena con movimenti lenti e misurati e sembra non conoscere l’agitazione. Anche nei momenti in cui affiora la sua natura predatoria il personaggio conserva un’autorevolezza composta. Quando Jonathan si ferisce con un foglio di carta, ad esempio, il desiderio del sangue emerge solo per un istante, per poi essere immediatamente ricoperto dalla maschera dell’ospite impeccabile. Questa cifra stilistica è strettamente legata alla formazione teatrale di Lugosi, luogo nel quale l’attore ha trovato lo spazio in cui plasmare il proprio personaggio per prepararlo al grande schermo. Un ruolo decisivo è svolto anche dal volto e dallo sguardo. Browning ricorre frequentemente a primi piani che isolano il viso di Lugosi nell’oscurità, lasciando emergere soprattutto gli occhi, trasformati nel principale strumento di seduzione e di dominio. Ma questa espressività emerge anche dall’uso delle mani, che risaltano sul corpo quasi immobile.
La recitazione dell’attore e le scelte registiche lavorano così nella stessa direzione: l’immobilità viene amplificata dalla fotografia, dall’illuminazione e dalle linee dell’architettura, che spesso lo incorniciano al centro dell’inquadratura accentuandone l’autorevolezza. La principale innovazione di Lugosi risiede dunque nell’aver trasformato il vampiro da creatura mostruosa a gentiluomo inquietante, la cui minaccia nasce non dalla deformità del corpo, ma dall’eleganza, dal controllo e dall’ambigua umanità che riesce a trasmettere.
Questo interessante dualismo si perderà nella realizzazione di I vampiri di Praga (1935), pellicola nella quale a Lugosi non tocca neanche una battuta. Non ha più quella carica estrosa che lo porta ad essere al centro di situazioni conviviali, costringendolo a celare la sua natura demoniaca. Si limita a recitare attraverso il suo corpo, semplicemente camminando o rimanendo in piedi.
Ma nella sua carriera non ci sono solo vampiri. Grazie a Edgar Ulmer che dirige il film The Black Cat (1934) si trasformerà nel dottor Vitus Werdegast, uno psichiatra ungherese tormentato dal passato e in cerca di vendetta. La narrazione è percorsa da elementi sovrannaturali e perturbanti, come l’utilizzo della musica classica, in particolare la Toccata e fuga di Bach, brano per eccellenza associato alla figura del vampiro. Oppure la scena della vendetta di Werdegast sul suo nemico, l’architetto Hjalmar Polzig (Boris Karloff), che morirà scuoiato vivo. Anche se l’atto non viene mostrato direttamente ma vengono lasciate parlare le loro ombre, si percepisce un forte senso di inquietudine.
La recitazione di Lugosi si integra con l’atmosfera onirica del film, trasformando quella che spesso era stata considerata una debolezza in una delle sue maggiori qualità. Conserva molti degli elementi che avevano reso iconica la sua interpretazione di Dracula, ma li rielabora attribuendo loro un significato differente. Anche Vitus Werdegast conserva l’eleganza e la calma aristocratica del conte. L’accento ungherese, il portamento composto e la capacità di assumere immediatamente il controllo delle situazioni contribuiscono inoltre a rafforzare quella continuità interpretativa che il pubblico dell’epoca aveva ormai associato alla figura di Lugosi.
A differenza di Dracula, tuttavia, l’eleganza non costituisce una maschera dietro cui si cela una natura demoniaca, bensì il tratto distintivo di un personaggio profondamente segnato dal dolore. Lo sguardo, che nel film di Browning esercitava una funzione ipnotica e minacciosa, diviene qui il principale veicolo delle emozioni: davanti al corpo della moglie conservato da Poelzig, gli occhi di Lugosi esprimono tenerezza e sofferenza, e quando rivolge lo sguardo verso il cielo lascia trasparire una rassegnata consapevolezza del proprio destino. L’attore dimostra così di saper impiegare gli stessi strumenti espressivi in una direzione opposta rispetto al passato. Permangono invece quei gesti enfatici e marcatamente teatrali che avevano caratterizzato gran parte della sua carriera. Le violente reazioni alla vista del gatto (arretrando, coprendosi il volto con le mani e lanciando grida di terrore) costituiscono movimenti volutamente enfatizzati, tanto da essere definiti nel film stesso melodramatic gestures. Se in altre interpretazioni tali eccessi rischiavano di apparire artificiosi, in The Black Cat trovano una naturale collocazione.
Un personaggio a tratti simile tornerà in The Raven (1935), film di Lew Landers. Il protagonista è il dottor Richard Vollin (Bela Lugosi), che a differenza di Werdegast è dominato dall’ossessione: affascinato da Edgar Allan Poe, tenta di ricrearne i racconti e identifica nel corvo un simbolo di morte, associazione sottolineata fin dalla sua prima apparizione, preceduta dall’ombra della statua dell’animale proiettata sul muro. Anche in questa interpretazione Lugosi conserva la sua abituale eleganza, ma sono soprattutto lo sguardo e il controllo del corpo a definire il personaggio. Attraverso i frequenti primi piani e gli occhi socchiusi, l’attore lascia emergere la natura manipolatrice e malevola di Vollin, rendendo lo sguardo il mezzo con cui esercita il proprio potere sugli altri. Di fronte a Bateman (Boris Karloff), che gli chiede di cambiargli i connotati per sfuggire alla polizia, il dottore mantiene un atteggiamento freddo e distaccato: il corpo resta immobile, talvolta con le mani dietro la schiena, mentre il volto tradisce il piacere perverso esercitato nel dominare l’altro.
Questa rigidità culmina nella celebre scena in cui osserva dall’alto la propria vittima ormai assoggettata, trasformando la compostezza iniziale in una risata crudele. Solo nel finale, quando cadrà nella trappola da lui stesso costruita, il controllo del corpo si spezzerà definitivamente, abbandonandosi al puro terrore.
Bela Lugosi vestirà nuovamente i panni del conte diciassette anni dopo, nella commedia di Charles Barton con Gianni e Pinotto intitolata Il cervello di Frankenstein (Bud Abbott e Lou Costello Meet Frankenstein, 1948), con la quale la Universal aveva cercato di rilanciare il Monster Universe affiancandogli la comicità di Gianni e Pinotto. D’interesse è come Bela Lugosi rimette in scena il suo iconico personaggio che si ritrova qui in una situazione paradossale: il continuo scambio di battute tra i due comici si scontra con l’atmosfera inquietante creata dalla sola presenza del conte. L’effetto però non è sicuramente quello del 1931. Nonostante metta in campo alcune delle sue mosse più famose – il mantello che diventa uno scudo o lo sguardo ferino -, la recitazione di Lugosi appare più approssimativa e meno vigorosa. Non aiuta a migliorare la situazione la lotta finale, dove Dracula è costretto a combattere fisicamente contro l’Uomo lupo, quasi come se avesse perduto parte del suo potere demoniaco, per poi volare via. La scomparsa dei mostri (l’Uomo lupo finisce in acqua mentre Frankenstein viene bruciato vivo) rappresenta in qualche modo la loro scomparsa dall’immaginario collettivo, quantomeno in termini di popolarità.
Nonostante Bela Lugosi abbia recitato in diversi ruoli, quasi sempre accomunati da un sottotono spettrale, l’elemento che più lo contraddistingue è il portamento elegante, da palcoscenico, dove ogni mossa è pesata al fine di dare enfasi al giusto movimento. La reiterazione di questi espedienti attoriali – insieme allo sguardo intimidatorio e la gestualità enfatica – sono però causa di critiche nei suoi confronti, ritenuto poco creativo e impossibilitato ad uscire dal ruolo che l’ha reso famoso, quasi come se non riuscisse a non iniettare quell’aura vampirica nei suoi personaggi.
Al di là delle critiche, l’attore ungherese ha segnato una stagione importante per il cinema, divenendo, grazie alla sua interpretazione del conte Dracula, un’icona dell’orrore. Nonostante il genere si sia trasformato nel tempo cambiando i propri codici, il contributo di Lugosi è divenuto un punto di riferimento del genere, una figura che va per forza tenuta in considerazione.
[1] Edgar Lander, Bela Lugosi. Biografia di una metamorfosi, trad. it. G. Manfredi, Milano, Tranchida Editori, 1984, p. 59.
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