Scritto da

Alberto Camoletto

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Il giovane Friedrich Lang sogna di diventare un pittore. 

Dopo un semestre al Politecnico di Vienna, inizia a seguire le lezioni di pittura dell’Accademia di Arti Grafiche. Lang vuole mostrare la realtà, rappresentarla. Ma per farlo, deve innanzitutto vederla, girare il mondo: in breve comincia a viaggiare attraverso l’Europa, l’Asia e il Nord Africa, arrivando infine a Parigi per continuare a studiare. È lì, tra una lezione e l’altra, che fa una scoperta decisiva: il cinema – o, come la definisce, la vera arte del XX secolo, capace di creare quadri in movimento, forme artistiche in cui la potenza delle immagini si unisce alle possibilità espressive del racconto.

I Nibelunghi 

Sul finire degli anni Dieci del Novecento, Lang si trasferisce a Berlino e comincia a farsi strada nel  panorama cinematografico tedesco. I suoi primi film vengono accolti da un discreto successo. In  pochi anni è già una personalità: con Destino (Der müde Tod, 1921), ottiene il successo internazionale e con  Il dottor Mabuse (Dr. Mabuse, der Spieler, 1922) inizia a gettare le basi di un discorso sulla colpevolezza e sul binomio tra bene e male che caratterizzerà buona parte della sua filmografia.  

Alla ricerca di un soggetto per la sua nuova opera, si rivolge ai classici della tradizione germanica. Ne  nascono nel 1924 i due film de I Nibelunghi (Die Nibelungen). Le pellicole sono l’occasione per rielaborare e  approfondire il tema inesauribile dell’eroe buono e della sua battaglia contro il male, in un mondo  dominato dall’imbroglio e dal tradimento. Il protagonista Sigfrido (Paul Richter) è forte, bello, intelligente e attraverso le sue avventure conquista l’invulnerabilità, la ricchezza e infine la mano di Crimilde (Margarete Schön). All’opposto di questo modello, caratterizzato anche da un’attenta scelta di luci e ombre, si collocano l’amico Gunther (Theodor Loos) e sua moglie Brunilde (Hanna Ralph). Il primo, senza qualità evidenti, riesce ad avere in sposa la seconda,  scontrosa e manipolatrice, solo con l’inganno. Dal confronto tra le due coppie scaturisce una tensione drammatica inarrestabile: le malvagie macchinazioni di Brunilde e Gunther porteranno al  tradimento e all’omicidio, in una spirale di menzogna, invidia e vendetta di cui tutti, alla fine, risultano  vittime. 

Metropolis 

Nel 1927 viene proiettato per la prima volta Metropolis, opera tra le più celebri del regista. Il film,  pioniere del genere fantascientifico, è ambientato cent’anni nel futuro e offre al regista mezzi nuovi per  affrontare tematiche sempre più centrali nella sua poetica, quali il doppio, il rapporto inestricabile tra verità e menzogna, e la difficoltà umana a riconoscere ciò che è reale. 

Il futuro che Lang immagina con la moglie e sceneggiatrice Thea von Harbou è cupo: la divisione di  classe si è accentuata a tal punto da obbligare la massa operaia a vivere nel sottosuolo della città,  mentre i più ricchi godono della propria condizione in sontuosi grattacieli. Emerge da un lato un  inganno di classe, che costringe gli operai a ritmi inumani così da permettere ai più ricchi di  mantenere il loro stile di vita agiato. Dall’altro si riconosce però l’imbroglio della menzogna, che, mistificando la realtà, la confonde, rendendola irriconoscibile e, forse, arrivando anche a modificarla irrimediabilmente. Quando il robot umanoide prende le sembianze di Maria (Brigitte Helm), si assiste a un apparente  sdoppiamento della personalità della ragazza verso due poli antitetici, incarnati paradossalmente nella stessa figura. Se infatti Maria è sempre buona e incita i lavoratori alla pazienza e alla fede, la sua copia robotica è programmata per seminare il caos e fomentare la rivolta degli operai. Il robot prende il suo posto e inganna le persone che si fidavano di lei, confondendo le acque al punto da rendere quasi impossibile ricostruire la verità. Una verità che, comunque, quasi nessuno è interessato a cercare: esaltati dalle parole del robot, i lavoratori danno inizio alla rivolta senza chiedersi cosa ci sia dietro l’apparente ribaltamento degli ideali della loro beniamina. La realtà sembra passare in secondo piano. Quasi che a essere reale, in fondo, sia ciò che le persone credono reale e non ciò che  lo è fattualmente.

La strada scarlatta

Questo stesso tema è fondamentale ne La strada scarlatta (Scarlett Street), film noir del 1945. In  quegli anni, il mondo intorno al regista è cambiato drasticamente: Hitler è salito al potere e Lang, già  nel 1933 ha lasciato Berlino per Hollywood. Anche il cinema è cambiato: l’arrivo del sonoro ha aperto  le porte a possibilità espressive nuove. Eppure, forse anche osservando il modo in cui la propaganda nazista si sforzava di riscrivere la realtà, la questione della verità e della possibilità umana di  discernere il vero e il falso restano centrali nell’opera di Lang. 

Le vicende de La strada scarlatta ruotano interamente intorno a una serie di equivoci e bugie. I  personaggi tramano nell’ombra pensando unicamente al proprio tornaconto, incuranti degli effetti che le loro azioni avranno sugli altri, intessendo un ordito fittissimo di bugie nelle quali, alla fine, rimangono loro stessi intrappolati. Perché non c’è via di scampo da questa para-realtà che hanno  costruito: quando la menzogna funziona e attecchisce nella mente delle persone, soppiantando del  tutto la realtà,  diventa essa stessa la realtà. Quel che realmente è accaduto non ha più nessuna  importanza e non interessa più a nessuno, anche quando implica la condanna a morte di un  innocente. Ciò che minaccia la solidità di quel che si percepisce come reale viene rigettato: la  confessione di un omicida è dunque il delirio di un pazzo e non gli si presta attenzione. L’unica traccia  che resta della verità risiede in quel “tribunale della coscienza” che non può dimenticare e al quale  non si può mentire. 

Il grande caldo 

Anche negli anni seguenti Lang torna spesso al genere noir e alle sue storie torbide dai molteplici, inaspettati risvolti. I personaggi sono protagonisti di vicende spesso più grandi di loro, di cui hanno  una visione incompleta. Brancolano nel buio alla ricerca di una verità tanto essenziale quanto  sfuggente, al punto da rendere tragicamente necessario ogni sacrificio pur di raggiungerla e riportarla  alla luce. 

In questo senso i protagonisti de La strada scarlatta, Chris (Edward G. Robinson), e de Il grande caldo (The big heat, 1953),  Dave (Glenn Ford), si ritrovano a combattere per la verità in modi speculari ed ugualmente spaventosi. Chris è un  uomo insoddisfatto alla ricerca di un senso e di una felicità più profonde, per il quale la verità si  trasforma in un tormento ineludibile. Dave invece è un uomo realizzato che insegue senza sosta una  verità che sembra continuamente sfuggirgli dalle mani. Tuttavia, dalla sua ricerca, intesa in questo caso nel  senso molto concreto della risoluzione di una complessa indagine, non può derivare una felicità superiore alla quale aspirare, ma solo uno sbilanciamento distruttivo che addirittura peggiora la sua  condizione iniziale. Eppure, entrambi si scontrano col bisogno profondamente umano di scindere la  verità dalla mistificazione e, allo stesso tempo, il bene dal male. E se per Chris la ricerca della verità  consiste in un atto di autoaccusa di fronte a un mondo che ha già scelto la propria verità, al contrario, Dave cerca senza sosta di disseppellire qualcosa che altri hanno fatto di tutto per insabbiare. È  consapevole di correre il rischio di perdere quanto di più caro lui abbia, ma fino alla fine non potrà  sottrarsi alla sua ricerca.  

Fritz Lang rimane un regista a cavallo di molti mondi: nato col cinema muto, ha  affrontato le sfide  del sonoro e del colore, dividendo la sua produzione tra l’Europa e l’America. Ha saputo toccare con eccelsa maestria una quantità innumerevole di generi e si è districato negli universi labirintici e  complessi che lui stesso ha creato.

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Pubblicato il:

4 Agosto 2026

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