CinemAmbiente è un festival atipico, capace di incrociare scienza e attivismo senza ridurre necessariamente l’una o l’altro a una questione politica. Nella 29ª edizione, tenutasi come sempre nella città di Torino, emerge infatti un paradosso affascinante: battersi per una causa non coincide sempre con il conflitto. Talvolta l’attivismo non implica lo scontro, assumendo altre forme, come quelle della cura, dell’attenzione, della creatività. Resistere, nella sua radice etimologica, significa opporsi all’immobilità. Si può resistere studiando, immaginando, costruendo strategie sostenibili; e ancora, dedicando tempo, presenza e attenzione a ciò che conta. In altre parole, esistono modalità di resistenza che non passano dalla lotta, ma dalla capacità di generare alternative.
È proprio questo il messaggio veicolato da Groundswell (2026), il documentario di Josh e Rebecca Tickell scelto per chiudere l’edizione di quest’anno. La crisi climatica non è soltanto un problema davanti al quale arrovellarsi o paralizzarsi, né deve necessariamente attivare i meccanismi di difesa che spesso accompagnano le grandi paure collettive – rabbia, terrore, rimozione, sarcasmo, indifferenza. Terzo ed ultimo capitolo di un racconto sul potere – non il potere inteso come imposizione o dominio, ma come capacità di trasformare la conoscenza in cambiamento concreto -, il film rimanda al celebre incontro internazionale dedicato all’agricoltura rigenerativa, ma il titolo si riferisce in senso lato al concetto di “ondata di sostegno” o “mobilitazione spontanea dell’opinione pubblica”, ovvero una corrente che cresce dal basso. Il documentario presenta una soluzione già esistente e sorprendentemente accessibile, smascherando i fallimenti dell’agricoltura industriale che, nella sua ossessione per la massima produttività, ha favorito monoculture e allevamenti intensivi. Campi disidratati, impoveriti dalla chimica per ottenere grosse quantità di singoli prodotti, mancanza di biodiversità e animali sottratti ai cicli naturali, per garantire cibo sempre più uniforme e territori sempre più fragili. Il prezzo nascosto di un’efficienza barcollante è una bassa qualità dei nutrienti, un ambiente degradato e la crisi climatica.
L’agricoltura rigenerativa propone il percorso inverso, restituendo complessità agli ecosistemi per aumentare la fertilità del suolo, migliorare la qualità delle produzioni e ridurre costi e rischi per chi coltiva e alleva. Ma il film si spinge oltre, toccando una ferita culturale ancora più profonda. Oltre alla rovina a cui ha condotto interi popoli, il colonialismo agricolo ha piegato la natura al servizio dell’uomo, interrompendo il movimento contrario che conduceva l’uomo verso la natura. Così facendo, abbiamo reciso il legame, sia materiale che simbolico, con la nostra stessa fonte di vita. Riconoscere e accettare che la salvezza ecologica possa derivare non soltanto «dall’intelletto umano, ma dalla saggezza della natura» significa compiere un primo gesto di resistenza. Un atto non più contro gli ecosistemi, ma in sinergia con essi.
Il perimetro della parola “resistenza” si dilata guardando il film The Weight of the World (2026) di Florian Heinzen-Zio, presentato nella sezione Panorama. Qui il concetto si svincola dalla nozione di potere per confrontarsi con l’ombra del fallimento. E se resistere significasse continuare ad aver cura del proprio credo, anziché rinunciare alla prima assenza di risultati? La cinepresa segue gli attivisti di Scientist Rebellion, un movimento che riunisce studiosi di varie discipline nell’esperienza della mobilitazione pubblica come rimedio alla desolazione. È un paradosso amaro: pur custodendo conoscenze cruciali per il futuro del pianeta, i ricercatori vedono i propri allarmi banalizzati e le loro evidenze declassate a mere opinioni o posizioni ideologiche, arrivando persino a subire ritorsioni legali pur di farsi ascoltare. Il film mostra come la società contemporanea continui a mettere in discussione il metodo scientifico, abusando della libertà di pensiero garantita dalla scienza stessa attraverso i secoli. Questa delegittimazione schiaccia gli scienziati sotto un enorme peso morale, il dovere di non «abbandonare» l’umanità alla sua stessa arroganza. Così perfino gli studiosi dalla personalità più introversa e pacifica si ritrovano ad attivarsi per la divulgazione pubblica, trasformando la disobbedienza politica in un atto di coscienza.
Assistere al dissolversi della nostra connessione e appartenenza con la terra, inghiottito da un’alienazione collettiva, è un’esperienza tanto mortificante da spingere alla rassegnazione. Eppure il film oppone una risposta spiazzante e controintuitiva; forse la speranza non coincide con la fiducia nel successo. Resistere può anche significare continuare ad essere fedeli a una causa indipendentemente dall’esito; smettere di vivere orientati al traguardo per reimparare a sintonizzarsi con il presente. Non lasciarsi consumare dalla rabbia o dal rimpianto, ma abitare la consapevolezza del problema con lucidità e leggerezza. Paradossalmente, un atteggiamento calmo e privo di dogmatismi sa essere più persuasivo dell’allarmismo catastrofico. Invece di innescare meccanismi difensivi, accende la curiosità; al posto di alzare i muri, apre le porte al dialogo.
Quando le crisi diventano sistemiche e coinvolgono una moltitudine di attori, la resistenza assume forme inattese, dimostrando che lottare e negoziare non sono le uniche strade percorribili. Inventare, riparare, ascoltare, creare connessioni, riconoscere i propri limiti e il proprio margine d’azione: sono tutte azioni volte a opporsi all’immobilità, a resistere. Per questo la lezione più preziosa di CinemAmbiente non riguarda soltanto l’emergenza climatica, ma ripensa al modo in cui si sceglie di stare al mondo. A volte la resistenza ha il volto della sopportazione, della cura e della perseveranza. Non rinunciare dopo una delusione può sembrare un atto irrilevante nell’immediato, ma è spesso la forma di resilienza più inscalfibile nel lungo periodo, la più difficile da spezzare.
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