Primetime di Lance Oppenheim

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Primetime di Lance Oppenheim

C’è qualcosa di morboso e al tempo stesso affascinante nel guardare il male da vicino. Ancora di più nel poterlo giudicare, convinti di essere migliori. Primetime (2026) di Lance Oppenheim si muove proprio sul filo sottile che separa la condanna morale dal voyeurismo, la ricerca di giustizia dal desiderio di visibilità. Al centro c’è la storia di Chris Hansen, il giornalista diventato celebre per To Catch a Predator, programma televisivo che smaschera uomini che adescano minorenni online.

Chris, interpretato da un magnetico Robert Pattinson, è un uomo inquieto, competitivo e ossessionato dalla perfezione. Da una parte, è tormentato da un profondo complesso d’inferiorità nei confronti del giornalismo di prima linea; dall’altra, farebbe di tutto pur di battere gli ascolti di Lost. Hansen non è mai del tutto trasparente: «Io non recito», risponde stizzito alla nuova esca, ma, in realtà, la sua vita è un continuo indossare maschere, un mostrarsi e un restare invisibile, proprio come accade nelle case allestite come set. Anche per lo spettatore è impossibile comprenderlo fino in fondo: sappiamo che porta con sé una ferita, simboleggiata dal braccialetto legato a un’inchiesta seguita in India, che gli è valsa un Emmy, ma che non è mai riuscito davvero a elaborare. È anche questo a costruire la sua immagine di perfetto giustiziere della prima serata, ma Chris sa bene che il pubblico si aspetta sempre di più e che lui non può permettersi di sbagliare. Il pesce grosso – o meglio, la balena, come viene definita nel film – diventa la sua unica possibilità di successo, e non ha nessuna intenzione di rinunciarvi.

Ad affiancare Chris c’è la produttrice Andie Bender (Merritt Wever), molto più razionale e centrata della sua star. Per lei il programma è soltanto un mezzo per guadagnare, un tassello nella corsa ad attirare sempre più spettatori, in cui ogni slancio empatico viene soffocato dal masticare incessante delle sue gomme. Allo stesso modo, non c’è spazio per i sentimenti della nuova esca, Dan Plumb (Skyler Gisondo), un giovane attore in cerca di un ruolo che gli permetta di essere riconosciuto e di entrare nel sindacato degli attori. Per lui è un’occasione unica, ma si rende presto conto che il lavoro è tutt’altro che semplice: fare da esca significa impersonare un ragazzino vittima di adescamento e questo, inevitabilmente, lascia delle ferite. Spinto dalla produttrice, Chris cerca di convincerlo dell’importanza del suo ruolo, quello del supereroe, liquidandone le implicazioni con la stessa superficialità dei programmi televisivi destinati al grande pubblico.

Oppenheim traduce questo turbinio di personalità e di emozioni in un impianto visivo che richiama l’estetica televisiva degli anni Ottanta, una delle stagione più floride della televisione: grana marcata, formato 4:3, scene costantemente immerse nella luce dei neon. La narrazione del programma è spesso raccontata attraverso monitor e split screen, mentre immagini d’archivio e notiziari si mescolano in una continua sovrapposizione tra realtà e rappresentazione. Lo spettatore si ritrova a sua volta parte della regia, a osservare i diversi punti di vista del set, rivelando come in Primetime esista un quarto protagonista silente: il pubblico al di là dello schermo.

 

La cura della fotografia diventa fondamentale anche nella costruzione del personaggio di Chris, spesso ripreso attraverso il filtro di una telecamera, riflesso in uno specchio o nell’acqua, relegato ai margini dell’inquadratura, restituendoci l’immagine di un uomo che cerca di controllare la sua immagine, ma che sta perdendo progressivamente il controllo di sé. In un vortice quasi psichedelico, il presentatore è spesso immerso in luci rosse o blu, come se subisse continuamente il riflesso di uno schermo televisivo. È così che vive anche la propria vita: terrorizzato all’idea che vengano pubblicate fotografie che lo ritraggono con l’amante, consapevole che la sua immagine pubblica è tutto ciò che conta per lui.

Tuttavia, l’ipocrisia del protagonista e, più in generale della società, finisce tuttavia per assorbire gli altri spunti che il film si limita ad accennare. Il programma va in onda nel 2006, in un periodo di profonde trasformazioni dell’intrattenimento e del rapporto tra pubblico e personaggi televisivi, in cui lo sguardo si concentra sempre più su pochi individui, esposti al giudizio di una moltitudine di spettatori. La sorveglianza diventa spettacolo e la condanna un rituale collettivo che si nutre della partecipazione di chi guarda – come osservava Bauman: il pubblico vuole conoscere ogni dettaglio delle chat, ascoltare quei messaggi ripetuti da Chris come battute di un copione, assistere alla caduta del prossimo colpevole. La gogna nelle piazze, quindi, non è mai stata destituita, ma è passata attraverso la tv e ora attraverso i social media, per poi tornare di recente attualità nelle proposte trumpiane di fucilazione in streaming.

Restano sullo sfondo altrettante questioni legate al protagonista. A un certo punto, uno dei “predatori” ribalta la situazione: rifiuta di sedersi su una sedia e di assumere la posizione d’inferiorità che Chris gli impone, anzi, gli domanda chi gli abbia conferito questo mandato, chi gli abbia conferito il diritto di giudicare. Dove finisce dunque la necessità di smascherare un colpevole e dove comincia il piacere di umiliarlo pubblicamente? Anche il passato del giornalista, segnato dall’inchiesta sui bambini scomparsi in India, viene evocato senza trovare un legame davvero incisivo con la sua ossessione presente.

Lo split screen che attraversa Primetime finisce per diventare la metafora dei limiti del film stesso, ma anche del linguaggio televisivo che mette in scena: una moltiplicazione di schermi e prospettive che dà l’illusione di mostrare tutto, senza soffermarsi davvero su nulla. Come la televisione, che trasforma ogni vicenda in uno spettacolo da consumare, anche il film accumula temi e suggestioni senza riuscire ad approfondirli. Ne risulta un mosaico visivamente suggestivo, in cui la complessità resta frammentata nei singoli riquadri, senza mai comporsi in uno sguardo davvero incisivo.

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Pubblicato il:

18 Ottobre 2026

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