The Odyssey di Christopher Nolan

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Dopo tanta attesa, simile a quella che separa Odisseo dal ritorno a Itaca, The Odyssey (2025) di Christopher Nolan è approdato nelle sale. Se nel poema omerico Penelope disfa ogni notte la propria tela per prolungare le speranze dei suoi pretendenti, la macchina promozionale del film ha tessuto per mesi una grande aspettativa. Prima ancora che di cinema, si è parlato di un vero e proprio evento: l’utilizzo delle nuove cineprese IMAX, un cast ricco di star internazionali e l’ambizione di portare sul grande schermo uno dei racconti fondativi di un’intera cultura. Una combinazione apparentemente perfetta guidata da uno dei registi più popolari della sua generazione, per un kolossal sostenuto da un apparato produttivo imponente.
Ed è proprio l’IMAX a suggerire una possibile riflessione sul film, non soltanto come formato di proiezione, ma come invito ad allargare lo sguardo.
Rimanendo fedele al proprio marchio di fabbrica, Nolan rende ancora una volta il tempo un elemento attivo del racconto. Il montaggio alternato contrappone i ricordi di Odisseo (Matt Damon), annebbiati dagli anni trascorsi sull’isola di Calipso (Charlize Theron), alla tensione di un’Itaca infestata dai Proci, guidati da Antinoo (Robert Pattinson), che banchettano alla corte di Penelope (Anne Hathaway) e del giovane Telemaco (Tom Holland).
Nolan sceglie di rendere l’Odissea profondamente sua, prendendosi licenze coraggiose che, nella maggior parte dei casi, funzionano. La rilettura del cavallo di Troia, capace di restituire in modo crudo e profondamente umano l’esperienza dei soldati rinchiusi al suo interno, è una delle sequenze più riuscite. Così come convincono il design di Polifemo e le trasformazioni della maga Circe (Samantha Morton), rese attraverso animatronica, trucco prostetico ed effetti pratici che restituiscono una fisicità raramente raggiungibile con il solo ricorso alla CGI.
Da sempre maestro nel costruire immagini monumentali, il regista attinge dalla suggestiva storia di partenza per creare un racconto personale, esaltato da una colonna sonora magnetica che si sposa perfettamente con le emozioni suscitate dalla messa in scena. Ogni inquadratura, dalle atmosfere anguste e tormentate fino a quelle più calorose e intime, è fotografa con cura, unendo senza soluzione di continuità le brume islandesi e scozzesi alla luce del litorale mediterraneo.
Sulla carta, The Odyssey ha tutto per essere un capolavoro. Ma è proprio qui che la scelta dell’IMAX si trasforma nella chiave di lettura dell’opera: se in relazione all’immagine il formato di proiezione dilata il mondo visibile, applicato metaforicamente allo stesso film finisce per mettere in risalto tutti i suoi limiti.
Quasi ogni episodio contiene almeno un’intuizione brillante, ma raramente Nolan decide di svilupparla fino in fondo. Le idee migliori vengono continuamente interrotte per lasciare spazio alla successiva grande sequenza, al successivo momento spettacolare, alla successiva immagine destinata a colpire. Il risultato è un accumulo bulimico di momenti memorabili che non riesce a trasformarsi in un racconto altrettanto memorabile. Molte intuizioni germogliano appena, senza avere il tempo di crescere.
Questa sensazione di scollamento si riflette in un andamento narrativo privo di equilibrio, alternando un ritmo talvolta frenetico a momenti sorprendentemente prolissi: alcune sequenze, soprattutto quelle ambientate a Itaca, sembrano riproporre gli stessi concetti senza aggiungere reale spessore ai personaggi, mentre dialoghi spesso espositivi finiscono per rallentare un racconto che dovrebbe vivere di avventura, scoperta e trasformazione. La frequenza narrativa suscita fascino e meraviglia, ma raramente un autentico coinvolgimento.
Questa freddezza trova la sua massima espressione nella scelta del cast che, con l’introduzione della propria categoria agli Academy Award, aggiunge, se possibile, ulteriore attenzione mediatica. Il casting director John Papsidera, collaboratore di Nolan fin dai tempi di Memento (2000), raduna un ensemble di stelle hollywoodiane, ma senza convincere fino in fondo. In un’epica che avrebbe un disperato bisogno di attori caratteristi – volti ruvidi e segnati, capaci di dare sporcizia e verità a un’epoca brutale – The Odyssey sacrifica questi a favore di immensi talenti ridotti a un esercizio di stile. Fatta eccezione per un solido Matt Damon, nessuno riesce a prende davvero le redini emotive del racconto.
A questo si aggiunge una scrittura non convincente, ancora più evidente in un film di quasi tre ore, dove le vicende dei personaggi non sembrano mai appartenere davvero a chi le vive, ma tendono a rimanere episodi distaccati dell’Odissea omerica. In particolare, le sequenze di Agamennone (Benny Safdie) o le parentesi di Menelao (Jon Bernthal), si riducono a camei lussuosi, frammenti che mirano ad apparire, ma non a significare.
L’emblema di questa problematica è il Telemaco di Tom Holland. Seppur con un minutaggio consistente, l’attore appare costantemente fuori fuoco rispetto sia al mondo costruito da Nolan, sia alla gravitas che il mito richiederebbe. La questione non è legata al talento, quanto a un mancato focus sul personaggio. Holland vaga per i saloni di Itaca con il goffo spaesamento di un adolescente contemporaneo, con l’ombra di Peter Parker, interpretato parallelamente sul set di Spider-Man: Brand New Day (Destin Daniel Cretton, 2026), che oscura il ruolo del principe acheo.
Non sembra di vedere gli antichi greci, quanto piuttosto persone postmoderne gettate nel XII secolo a.C.
L’esperienza del film ricorda quella di Odisseo: un lungo e faticoso viaggio, costellato di visioni straordinarie, ma anche zavorrato da tanta sofferenza.
Se l’IMAX ambiva a rendere tutto immenso, questa volta il formato standard (1.78:1 o 2.39:1, a seconda della proiezione) dimostra che si può raccontare in piccolo anche un’opera grandiosa e che si sopporta più facilmente uno schermo sgranato che inutili abbondanze aggiunte a un racconto già grande di per sé, oltre a una superficialità che non rende giustizia alla grandezza del film stesso.
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